La Pantera Rosa, la Regina e Mrs. White 7

Riassunto lampo: tutti mi gabbano, e io mi ritrovo in un salottino con fellone, stangona russa e Wanda alle spalle, mentre la più illustre britannica del pianeta mi guarda dall’alto della sua poltrona di velluto bordeaux. Di chi parlo? Ma della regina in persona, of course! Che mi propone una lieviiiiiissima variazione sul mio contratto di lavoro con la famiglia reale…

Sorpresa, soggiogata, intrappolata, mi siedo sulla poltrona che la regina mi ha indicato con un breve cenno della mano inanellata. I tre porcellini: Wanda, Olena e Jonathan, restano sull’attenti come soldatini lego, con lo sguardo serio e solenne. Persino la siberiana è composta, e questa attitudine si scontra con la mise chiassosa da lei scelta per l’occasione. Nel breve attimo di silenzio che segue, durante il quale cerco di raccogliere le idee, mi viene da chiedermi che cosa indosserebbe per una serata informale in discoteca. Forse farebbe un’entrata a cavallo, vestita solo dei suoi capelli. Lady Godiva e vodka. Na zdorovye! Mio malgrado, sorrido.

Queen Elizabeth scannerizza le mie labbra con occhio attento, poi solleva il capo di un millimetro. Da un invisibile buco nero, collocato dietro la regal poltrona, si materializza un man in black, occhiali compresi: non muove un muscolo, battendo ogni record di immobilità che mai umano abbia osato assumere. Un ologramma? Un androide? O questa mattina James mi ha servito tè al pejote? Confusa, mi fingo padrona della situazione, ma sento di avere l’espressione della mucca che guarda il treno.

La regina manda un messaggio telepatico al suo tirapiedi che, come una bambola cui hai tirato la cordicella dietro la schiena, inizia a parlare con tono monocorde: “Lady Stephanie Rose Aldridge White, Lei ha firmato un contratto sotto falso nome, ha prodotto un documento d’identità falso e si è introdotta a Buckingham Palace sotto mentite spoglie…”

Il mio corpo si irrigidisce; controllo le vie d’uscita a disposizione e valuto le mie possibilità di fuga: 0, 00000001%. L’uno è per bellezza, ma è un falso positivo. Falso pure lui, insomma. E di positivo, ovviamente, nulla. Nothing. Rien de rien. Merde!

L’automa di nero vestito continua con impietosa precisione: “… il suo vero scopo è appropriarsi indebitamente della Pantera Rosa, diamante di inestimabile valore e proprietà della famiglia reale…”

La regina alza il braccio con un gesto gentile, quasi volesse salutare la folla, e interrompe il suo sottoposto: “Mia cara, non credo di usare un eufemismo dicendo che lei è nella m…”

Per la prima volta, l’automa ha una reazione umana e si scompone: la sua mascella produce un suono secco e la vena della tempia sinistra sembra pompare sdegno; con invidiabile tempismo si sovrappone all’accenno di turpiloquio a sangue blu e sovrascrive: “Lei è nella mistificazione più assoluta ed è, pertanto, una minaccia per la nostra regina, una minaccia per la nostra patria…”

La suddetta regina rotea gli occhi con annoiata noncuranza e zittisce lo zelante essere: “Shut the front door, Smith! Mia cara, qui sta rischiando di essere accusata di alto tradimento, capisce? Mica nespole, perdinci!”

Le maglie della rete che mi sta intrappolando sono ormai strette intorno al mio collo; la mente elabora i dati in modo convulso, alla ricerca di un’informazione che possa permettermi di alzarmi e uscire dall’incubo. Da brava giocatrice d’azzardo, so che non posso più barare: hanno scoperto tutti i miei assi,  e in mano ho soltanto un colore mancato. Picche.

L’uomo in nero si schiarisce la voce e s’appresta ad assestarmi il colpo di grazia: “L’accusa di alto tradimento comporta l’incriminazione senza processo e la carcerazione immediata, confiscamento dei beni e indagini a tappeto sui familiari et affini, nonché inserimento nella black list di chiunque abbia e abbia avuto contatti con la sua persona…”

Sua maestà mi lancia un’occhiata piena di brio, come se se la stesse godendo un mondo: “Tagliamo corto, mia cara”, pausa da attrice consumata, brio che diventa greve autorità: “Da questo momento tu sei di mia proprietà, e non ci sono santi!

Mi sembra di sentire la lama del boia accarezzarmi la nuca. Con la coda dell’occhio incrocio lo sguardo di Jonathan e ricevo l’ennesima sorpresa: è grigio di tristezza, privo di ogni luce.

Sto per fare ricorso a tutto il mio orgoglio di donna e di ladra, raschiando il fondo delle mie risorse alla ricerca delle parole giuste per non precipitare ancor più nella vergogna, ma sua maestà ha deciso di annientarmi, e pretende l’ultima parola.

“Che ne diresti di diventare un agente segreto, mia cara?”

Resto a bocca spalancata e occhi sgranati. Un pensiero mi sgorga spontaneo come acqua surgiva: “Questa donna diabolica dovrebbe scrivere dei libri!”

Sua maestà mi regala un sorriso soave, getta un’occhiata bonaria ai tre soldatini alle mie spalle e conclude, eliminando qualsiasi condizionale: “Farai parte della mia piccola squadra segreta, mia cara, e voglio anche il tuo maggiordomo!”

Miei adorati, mi par di sentire un paio di manette d’argento che stringono i miei polsi di ladra. E un ladro è come un pirata: prendigli tutto, ma non la sua libertà! A la prochaine!

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La Pantera Rosa, la Regina e Mrs. White 6

Sii gloriosa, nostra Patria libera,
Unione eterna di popoli fratelli,
Saggezza ereditata dai nostri antenati!
Sii gloriosa, patria, siamo orgogliosi per te!
-Inno della Federazione russa-

Brevissimo riassunto: sono a Buckingham Palace, pronta a rubare la Pantera Rosa, e chi ti incontro? Il fellone e traditore Jonathan insieme a Olena, stangona russa e arida come le steppe sconfinate della Siberia. Che altro aggiungere? Rien de rien: leggete e soffrite avec moi!

*****

Amici miei adorati, è inutile negare che l’inaspettata visione di Jonathan, tirato a lucido e con faccia impunita, accanto alla sventolona russa, algida e svettante, mi crea nocumento, molto nocumento. Mi servirebbero tosto un paio di coltelli e un paio di tacchi. Anche una bella frase d’effetto sarebbe utile, ma nella mia testa le parole giocano a nascondino, e io resto muta, con le spalle al muro.

“Tu volere Pantera Ruosa, vero?” La panterona cosacca attacca per prima e mi procura una ferita grave.

Jonathan il fellone mi spara un ghignetto fastidioso quanto il prurito alla schiena quando hai le mani occupate, e mi finisce: “Da sola non ce la potrai fare, pet!”

Ah, destino infingardo! Sono una ladra e non sono una santa, ma proprio in questo frangente devi usare la carta del karma e farmi pagare il fio con il traditore e la sua compare siberiana, strafottente quanto lui? Sei un destino avverso, ingrato, vendicativo. Stronzo, ecco!

Stringo i pugni fino a conficcarmi le unghie nella carne e scosto il ciuffo ribelle dalla fronte con un gesto secco del capo; sollevo il mento e pianto le iridi indignate dentro le iridi di Jonathan. Sono azzurre, chiarissime ma, quando immergo lo sguardo, raccolgono il cupo grigio dei suoi fondali misteriosi, che neppure io conosco.

Finalmente scovo le parole; attingo gocce di coraggio dai miei anni di esperienza in situazioni pericolose (vedi alla voce: guardie e ladri), e mi sorprendo calma, presente, ma con i sensi vigili, pronti a indicarmi la via di fuga più vicina: “Mi costringi a giocare a un gioco di cui non conosco le regole, mentre io non vorrei neppure sedermi al tuo stesso tavolo…” Vedo le pupille di Jonathan che si restringono, assestandosi alla nuova fonte di luce.

Getto un’occhiata lesta alla mia sinistra sperando di scorgere Wanda, ma so che si è piazzata vicino all’ingresso principale, per tener d’occhio chi entra e chi esce, soprattutto se in completo nero e con auricolare all’orecchio.

Olena si stacca dal braccio del fellone e controlla il cronometro futuristico che porta al polso: “Tempo passa veluoce, donna: dobbiamo entrare!”

Non so se mi irrita di più sentirmi dare ordini da una sconosciuta che potrebbe tranquillamente sfilare sulla passerella di Victoria’s secret o essere chiamata “donna” dalla suddetta; schiaffo il muso sotto il suo mento e sibilo: “Назовите меня миледи, женщина! (Chiamami milady, donna! )”

Il viso della stanga russa si disgela in un sorriso al sapor di stricnina; si mette sull’attenti con fare teatrale, schiocca la lingua e cantilena: “да… mi.la.dy…”

L’atmosfera si fa elettrica: scintille, fulmini e saette scaturiscono in maniera spontanea sulla nostra testa, rischiando di creare uno tsunami emotivo che potrebbe compromettere l’esito della missione e, forse, innescare una guerra tra potenze.

Jonathan, lesto di mano e di cervello, si appropinqua in modo sconsiderato alla mia persona; è entrato in modalità ladro internazionale, e la sua espressione è implacabile. Ha smesso di sorridere e si prepara al placcaggio: “Tutto questo ha un senso, Faf, credimi! Segui il tuo istinto: segui me!”

E mi prende per mano.

Mi lascio guidare come fossi in un sogno, ma per pochi secondi. Mi blocco, sbattendo contro il petto senza battito di Olena, e mi divincolo dalla mano di Jonathan: “Perché devo crederti? Chi sei? Che vuoi?”

Mi giro verso la donna alle mie spalle e la fronteggio, in chiara disparità d’altezza e non solo: “E chi sei tu? Che ci fai qui? Che ne sai? Che ne sai?”

Sto perdendo il controllo. Sono una femmina isterica che ha scoperto il suo uomo con l’amante nel talamo coniugale. Sono la professionista gabbata che sa di essere stata tradita dal suo braccio destro. Sono un corpo che ha perso un arto. Un sacco vuoto. Un fiume in piena.

Olena estrae da non so dove (forse uno stivale) il suo cellulare; compone un numero, attende pochi secondi poi ordina: “Finuocchietto, tu parla con milady, da?”

Mi avvicina il cellulare all’orecchio. Dall’altra parte, la voce più flemmatica del Regno Unito riesce a scuotermi più del tradimento del fellone: “Milady? Sono James… la prego di ascoltarmi con attenzione: conosco Olena e mi permetto di garantire per lei. Si fidi di me, o non sarò più degno di essere il suo maggiordomo!”

L’ultima affermazione ha il potere di scatenarmi un terremoto sotterraneo. James è il mio punto fermo, l’emblema della lealtà a tutto tondo, una figura paterna. Ma non ho tempo di interrogarmi: Jonathan mi fa un cenno col capo che mi spinge ad affrettarmi, a seguirlo, a non mettere in dubbio la nostra assurda collaborazione a tre. A dopo le spiegazioni, a dopo i confronti!

Ci muoviamo in silenzio, attenti a ogni segnale di presenze inopportune. Jonathan conosce la strada verso la cassaforte reale. Olena è accanto a me, agile nonostante l’abbigliamento non propriamente da addetta ai lavori.

Superiamo un corridoio, un altro,  e ci addentriamo nelle sale private del palazzo. Scendiamo una rampa infinita di scale, e ci fermiamo davanti alla cella di sicurezza che ci separa dalla Pantera Rosa. Una porticina si apre sulla parete opposta.

E Wanda appare.

Seria, tesa. Si scosta dall’ingresso, e io intravedo uno scorcio di intimo salottino. Un angolo di tappeto persiano, le gambe intarsiate di un tavolino, le gambe graziosamente composte di una donna seduta in poltrona.

La porta si spalanca.

Sulla poltrona, con un sorriso bonario e le braccia abbandonate sui braccioli, lei.

Lei.

La regina.

In carne e ossa.

Mi osserva, continuando a sorridere, e mi dice. “Niente cerimoniali, mia cara”, mostra con la mano la poltrona che ha di fronte e conclude: “Si sieda e mi ascolti. Vorrei cambiare i termini del suo contratto di lavoro!”

Ditemi voi se questo non è barare! Qui tutti barano, e io sono l’unica senza assi nella manica… Che cosa vorrà Queen Elizabeth dalla sottoscritta? Restate sintonizzati su questo canale: la vostra ladra preferita non vi deluderà!

Shetland (good, old post)

“On a clear day you can see Norway over that way.” “In una giornata limpida riesci a vedere la Norvegia laggiù.”

“We’re all connected, in a way or another, in Shetland.” “Siamo tutti connessi, in un modo o nell’altro, nelle Shetland”

Shetland – serie tv tratta dai romanzi di Ann Cleeves.

Mi sono impossessata dell’atmosfera greve e sonnambula della serie televisiva, popolata di personaggi schiacciati dall’isolamento e dalla lenta cadenza del tempo, scartavetrati dalla bellezza ruvida e senza pietà di una terra più scandinava che scozzese.

Questa serie televisiva inglese è una meraviglia! Si trova con i sottotitoli, I know, ma è un capolavoro di bellezza, efferratezza, scozzesità. Parola di Missis!

Niente verdissimo che affonda nelle nebbie, e il mare.
Una fattoria di assi bianche: sembra costruita con le lego, laggiù, in mezzo ai silenzi sferzati dai venti vichinghi.
Torbiere profonde e nere dove nascondersi, oppure cadere e morire, con la bambola stretta tra le braccia e le scarpette con le fibbie sporche di fango ai piedi.

Anche su un’isola quasi disabitata si muore per rabbia o per paura.

Gli abitanti sono consanguinei sospettosi e avari di cuore, fantasmi seduti su una sedia a dondolo, a scrutare un anno di aurora boreale o buio senza sole.
Troppo rassegnati per andarsene, vecchi anche se giovani.
E niente amore, o troppo. Nessuna città.
Solo puntini di case dove stare appartati, nascosti, con le mani sugli occhi e sulle orecchie per non vedere e non sentire la vita che salpa via.

Facile, uccidere.
Concupire, odiare. Provare gelosie fuori controllo. Bramare sogni.

Mentre si celebra un matrimonio tra i sassi e l’erica: la coppia di sposi, vestiti buoni e gote rosse, sotto un arco di fucili incrociati; i bambini, fiori tra i capelli biondi, a spazzare il terreno sterrato per scacciare gli spiriti maligni.
Tutto finisce: il mistero del crimine, le occhiate dietro le tende ricamate a mano, un altro battito d’ore…

In una notte che non vede il giorno.

Metto Lana, ma anche Cindy viaggia veloce

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Is that alright
I drove all night
Crept in your room
Woke you from your sleep
To make love to you
Is that alright
I drove all night

Cindy Lauper

Miei adorati, avete mai guidato tutta notte per qualche ora d’amore? Raccontatemi le pazzie che avete fatto per pochi attimi di passione, di felicità, di pura estasi. Hai voglia la mimosa: mettiti in macchina oggi, 9 marzo, fatti duecento miglia e svegliami buttando sassolini contro la  mia finestra!

*****

Mi sono fatta amica la distanza: la notte riduce i chilometri in metri, oppure è il buio che rimpicciolisce l’orizzonte, facendomi saltare in macchina e correre verso il tuo ovunque.

Quando l’oscurità si fa fitta, il morso della tua assenza mi prosciuga sangue e saliva. Non ci sei, ma percepisco il tuo fiato sul collo, lungo la spina dorsale che si trasforma in autostrada con un solo casello: la tua stanza d’albergo.

Tu, lontano, sempre dall’altra parte del mio mondo di cristallo e io, alla finestra, a scrutare visi. La luce del giorno rallenta il battito della mia esistenza, illudendomi di saper tenere il tempo.

Ma lo scoccare della mezzanotte toglie il freno a mano del buonsenso.

Un impermeabile indossato sul mio desiderio, benzina. Unghie rosse piantate nel volante, denti piantati nella carne della bocca, impaziente di mappare il tuo corpo. Disperato conto alla rovescia.

E questa canzone.

La Pantera Rosa, la Regina e Mrs. White 5

Puntate precedenti: la Pantera rosa, diamante di rara bellezza, fu rubata dai miei genitori, poi, all’insaputa di tutti (eccetto zio Alistair), ci è stata estorta da Jonathan il fellone. Ora, è nei forzieri di Buckingham Palace, coi sentiti ringraziamenti di queen Elizabeth, che sembra sapere tutto di me e della mia famiglia. Che faccio? Mi dispero per il tradimento del fellone o passo al contrattacco e sfido la Regina? Mi basta una cioccolata calda preparata da James per tornare nel posto che mi appartiene: al centro del palcoscenico!

******

Miei splendidi lettori, ecco un piccolo consiglio di beauté: non esiste tristezza che un buon correttore per occhi non possa nascondere. Mentre cancello le ultime tracce di lacrime con un tocco di Clinique, cerco di concentrarmi sul piano di battaglia; la faccia da schiaffi di Jonathan balena nella mia mente con fastidiosa frequenza, ma la mia determinazione ha la meglio e mette al tappeto l’immagine con la stessa violenza di un pugno contro lo specchio, mandando in frantumi lo scorno.

Wanda e Archie si sono uniti a me con entusiasmo nella mia trasferta a Londra, e mi stanno aiutando a prepararmi per la parte più importante della mia carriera: entrare nell’entourage di Buckingham Palace.

La casa reale cerca un assistente: un «communications assistant». Ovvero, detta in altri termini, chi passerà la prova entrerà per un anno nel team degli uffici «Royal Communications», che, come spiegano, mira a promuovere «il lavoro, il ruolo, la pertinenza e il valore della famiglia reale in un pubblico mondiale». La persona scelta dovrà scrivere articoli, post sui social media e annunci stampa, raccontando quello che succede alla famiglia reale. E non solo: sarà suo compito anche quello di organizzare la copertura degli impegni del palazzo, incluse le investiture e le feste in giardino.

Archie ha buttato giù il mio curriculum stellato a prova di google, e Wanda si è occupata dei miei documenti; credo abbia un cugino che è cintura nera di passaporti falsi, perciò non mi prendo neppure il disturbo di controllare i dettagli.

Abiti castigati, trucco leggero, giro di perle, et voilà, eccomi pronta per il colloquio di lavoro che mi garantirà l’accesso nelle stanze della royal family!

James si occupa degli ultimi particolari: “Milady”, esordisce con la sua voce priva di inflessioni, e intanto sceglie il foulard in toni pastello da abbinare al tailleur rigoroso che indosso senza gioia: “L’addetto al personale di Buckingham Palace ha studiato presso la mia scuola*; resto sempre in contatto con i miei allievi e ho già provveduto a fargli una telefonata di cortesia. “

Gli lancio un’occhiata beffarda: “Non ti fidi delle mie capacità professionali, James?”

Mi passa la borsa, in tinta con le scarpe dal tacco medio (not my style, if you know what I mean), e inarca di un millimetro il sopracciglio sinistro. “Milady potrebbe aspirare al trono, se lo desiderasse, ma ho pensato che non ci fosse nulla di male nell’assicurarsi un alleato in territorio nemico”.

Non voglio tediarvi con i particolari del colloquio. Vi dico soltanto che sono ufficialmente membro del team “Royal communications”, e che il mio primo incarico riguarda la copertura mediatica di una festa in giardino in onore della Female Hats Confraternity. Interverranno ospiti di 32 diverse nazionalità, comprese Kiribati, Lesotho e repubblica di San Marino. Una cosetta da niente, se non fosse che mi sarà permesso di partecipare all’evento.

Membro della Confraternita dei cappellini

E, mentre tutti saranno impegnati a sorbire il loro tea e a conversare con i reali consorti, la sottoscritta potrà occuparsi della Pantera Rosa, con il beneplacito (e gli schemi) di zio Alistair, pregiato ideatore del sistema d’allarme a Buckingham Palace.

Non c’è niente di più inglese dei prati inglesi all’inglese! The garden party si svolge sull’immensa distesa verde che si presenta con britannica grazia oltre i cancelli dorati del palazzo. Tra le centinaia di ospiti, anche Wanda, nel ruolo di sentinella e rinforzo. Nonostante la vistosa gravidanza, ha preteso di vestirsi di bianco. Non si può discutere di dress code con un’americana…

Nella noiosa sobrietà del mio completo pantalone nero, memorizzo tutte le informazioni necessarie a scegliere il momento opportuno per allontanarmi dalla folla e penetrare nei corridori off-limits dell’edificio. Sto per defilarmi attraverso un cortile laterale, quando vedo un uomo e una donna, entrambi di altezza considerevole, avvicinarsi nella mia direzione. Sono ancora distanti, ma mi basta un’occhiata per riconoscere l’uomo e sentire le gambe tremare, mentre il cuore si mette a suonare in pompa l’inno nazionale.

L’ultima persona che avrei voluto incontrare è qui, davanti a me, elegante e sorridente, con lo sguardo irriverente e divertito, quasi avessimo un appuntamento per fare bisboccia sino all’alba.

Jonathan!

“Buon pomeriggio, mia cara”, mi dice con quella sua dannata voce che mi scombussola le viscere, disinvolto come se ci fossimo salutati il giorno prima con un bacio: “Permettimi di presentarti la mia compagna!”

Cerco di mantenere la calma, il controllo, la padronanza di me, ma sento prorompere la rabbia sanguigna da melodramma napoletano. Vorrei rubare una spada d’ordinanza a una delle guardie reali e piantarla nello stomaco del farabutto che sta continuando a fissarmi con il candore di un bimbo nel giorno di Natale.

Imperterrito, quasi deliziato, indica la donna abbarbicata al suo braccio. Una sventola di due metri, biondissima, atletica, vestita con un miniabito lucido color ramarro, improponibile su qualsiasi altro essere umano a parte lei. Una tiara grande quanto il Cremlino troneggia sul suo fiero capo, portando la sua altezza a due metri e mezzo. Occhi di ghiaccio, pelle color della neve e sorriso siberiano, cioè inesistente. Nisba. Niet.

Quando apre bocca, vengo accecata dal bianco dei suoi denti perfetti, mentre la sua voce, dura come una sferzata di Burian, mi raggela il sangue: “Muolto piaciiere, io amica di Juonathan. Mio nuome è Olena**“.

E ditemi voi se questo non è un coup de théâtre! Che cosa sta tramando Jonathan il fellone? Chi è veramente Jonathan? E che ci fa a Buckingham con Olena, la strabonazza russa? E pourquoi, più della sorpresa, mi parte la gelosia? Alla prossima puntata, miei cari!

*La scuola è la Butler Academy, che prepara i migliori maggiordomi di tutto l’universo conosciuto e anche non.

 **Olena è la strepitosa protagonista dei racconti dello statuario Giò (sorry, Giò, non ho resistito). Se ancora non li conoscete, andate tosto a leggere: non ve ne pentirete!

Essenza

Vi sono profumi freschi come carni di bimbo,
dolci come òboi, verdi come i prati,
– altri, corrotti, ricchi e trionfanti,

che posseggono il respiro delle cose infinite,
come l’ambra, il muschio, il benzoino e l’incenso;
e cantano i moti dell’anima e dei sensi.

Corrispondenze – Charles Baudelaire

La bussola della mia esistenza è l’olfatto.

Mi consente di orientarmi tra gli esseri umani, fiutando l’aria alla disperata ricerca della mia anima gemella, la molecola di ossigeno che, legandosi alla mia, mi permetterà di respirare.

Ogni persona ha il suo aroma, e tu hai il tuo. Non m’interessa la tua presenza fisica, neppure il temperamento, la voce, il modo che hai di muoverti; la tua essenza scatena in me un cambiamento atmosferico non registrato dai satelliti: colpo di fulmine e rovesci di endorfine.

Potresti ribattere che l’essenza è la profondità della tua anima, sono i tuoi recessi nascosti, l’oscurità e la luce che ne definiscono la sostanza. Per quel che mi riguarda, ciò che mi scuote è una scia dal profumo sopraffino che colgo tra la folla, trasformandomi in segugio d’amore.

Amarti significa rintracciare ogni sfumatura del tuo odore: ce ne sono decine e decine, e mettono a dura prova i miei sviluppati recettori. Mi eccita indovinarne una nuova, magari mentre ansimi e scalci le coperte, o quando crolli in un sonno appagato, e i tuoi capelli sul mio cuscino tengono svegli i miei sensi. Inalo la tua sensualità agrumata, la pigra arrendevolezza che sa di neve natalizia, la microscopica, oleosa particella di rimpianto del tuo primo amore. Aspiro senza mezze misure, avvicinando le narici al tuo collo, nell’incavo tra le clavicole dove si sente il palpito.

L’ultima nota è sempre la più ardua da decifrare, forse perché  mi avvicina di un passo alla formula definitiva. Il tuo pulsare ha una nota brumosa e pallida, di sole latteo che cerca di farsi strada tra le nebbie d’autunno. La lascio penetrare dentro di me, la trattengo, la catturo.

Quando la faccio mia, il tuo cuore smette di battere.

Nel mio laboratorio segreto, sigillo per sempre la piccola ampolla di vetro che contiene la tua volatile essenza e l’appoggio con delicatezza sullo scaffale dei miei amori finiti.

Mi strofino il naso, affamato d’affetto, e piango la mia solitudine: troverò mai la mia anima gemella?

#Valentine’s day tag

Miei diletti, non sono un’amante del tag e non sono un’amante delle feste comandate, e San Valentino mi fa venire le frisson di fastidio. Ma amo la mia furfanta Vale che, dal suo blog A place for my head, mi ha gentilmente trascinata dentro questo gioco. Perciò, in barba ai completini d’intimo rosso, cuoricini come se piovesse e apostrofi rosa infilati alla cao (e mi scuso per i cuoricini), qui si parla di libri, films e cioccolato, e io ci sguazzo come un paperotto!

Regole del Tag:

• Usare l’immagine ufficiale del tag
• Ringraziare chi ti ha nominato

• Partecipare al tag elencando il libro e/o film in base alla descrizione del cioccolatino inerente

• Invitare a partecipare almeno tre blog

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Il mio sarà cioccolato sopraffino, della qualità più classica!

 #1 Cioccolatino al latte:
Un libro, o un film, dalla storia tanto dolce e bella da essere riuscita a trasmetterti emozioni di assoluta purezza.

Camera con vista di Edward Morgan Forster, il libro.

Camera con vista di James Ivory, il film.

Trama: Lucy Honeychurch, giovane ragazza inglese in viaggio per la prima volta in Italia, si ritrova a Firenze in una camera senza vista! Ma la vista arriverà, grazie al vicino di stanza George Emerson, ragazzo anticonvenzionale, selvaggio e puro, che le farà scoprire, nonostante lei sia recalcitrante, l’amore, la passione, la libertà di essere se stessa. Tornata in Inghilterra dal fidanzato politically correct, Lucy dovrà fare una scelta.

-Emerson: Io non pretendo che si innamori di mio figlio, ma la prego: cerchi di aiutarlo. Basterebbe farlo smettere di rimuginare… E su che, poi? Sui segreti dell’universo? Io non credo che siamo nati per soffrire. E lei?
-Lucy: No, io no. Nel modo più assoluto.
-Emerson: Ecco… ecco, vede? Allora cerchi di fare capire a mio figlio che sempre, accanto all’imperituro perché, esiste un sì, e un sì, e un sì…

Che dirvi? Mi ha rubato il cuore! Trasposizione cinematografica splendida di un romanzo da tenere sullo scaffale in bella vista, e da rileggere in giornate come queste, con il freddo, la pioggia, il grigio, per sognare quel campo di grano, quel bacio appassionato, quella purezza perfetta.


#2 Cioccolatino al caffè:
Un libro, o un film, che ha totalmente catturato la tua attenzione, senza mai farti annoiare.

Rebecca, la prima moglie di Daphne du Morier, il libro

Rebecca di Alfred Hitchcock, il film

Trama: A Montecarlo, una giovane dama di compagnia conosce e sposa il ricco vedovo Maxim De Winter. Ma nella sua magione a Manderley, in Cornovaglia, il ricordo ossessionante della prima moglie Rebecca, alimentato da una spaventosa governante, devota in modo maniacale alla signora scomparsa,  porta la giovane sull’orlo della follia finché il mare non restituisce il cadavere di Rebecca…

“Rebecca, sempre Rebecca. Dovunque mettevo piede a Manderley, dovunque mi sedevo, persino nei miei sogni incontravo Rebecca.”

La mia copia del romanzo è consunta, passata da madre a figlia e letta più volte. Conosco a memoria il film. Un’atmosfera greve, che scava nella mente della protagonista fino a farle desiderare la morte. Rebecca, intorno alla quale ruota tutta la storia ma che resta soltanto un fantasma. Un fantasma tangibile, in grado di sconvolgere la vita di tutti anche dopo la sua scomparsa. E la Cornovaglia… credo che mi riguarderò il film!


 

#3 Cioccolatino alla menta:
Un libro, o un film, la cui storia ti ha trasmesso speranza e spirito di rinascita.

Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, il libro

Fahrenheit 451 di François Truffaut, il film

Trama: Non è pura e semplice fantascienza, quella di Ray Bradbury. Il suo è un futuro spaventosamente vicino. Nel presente-futuro di “Fahrenheit 451” non si leggono più libri, anzi si bruciano, perché tutti devono essere uguali, e nei libri, invece, si impara la differenza. È un presente dedito al piacere, allo svago per lo svago, a forme di distrazione che sanno di dipendenza. Dove si vuole soltanto essere allegri, spensierati, sereni. Non pensare. Montag, il protagonista, il cui onorato lavoro consiste nel bruciare i libri, comincerà a pensare. A leggere. A diventare individuo. E questo lo renderà un uomo braccato.

“Ognuno deve lasciarsi qualche cosa dietro quando muore, diceva sempre mio nonno: un bimbo o un libro o un quadro o una casa o un muro eretto con le proprie mani o un paio di scarpe cucite da noi. O un giardino piantato col nostro sudore. Qualche cosa insomma che la nostra mano abbia toccato in modo che la nostra anima abbia dove andare quando moriamo, e quando la gente guarderà l’albero o il fiore che abbiamo piantato, noi saremo là. Non ha importanza quello che si fa, diceva mio nonno, purché si cambi qualche cosa da ciò che era prima in qualcos’altro che porti poi la nostra impronta. La differenza tra l’uomo che si limita a tosare un prato e un vero giardiniere sta nel tocco, diceva. Quello che sega il fieno poteva anche non esserci stato, su quel prato; ma il vero giardiniere vi resterà per tutta una vita.”

Ero una sedicenne in pericolo quando vidi questo film e, subito dopo, andai a leggermi il libro. Non dico che Fahrenheit mi abbia salvata, ma ha di certo contribuito a farmi piangere di commozione, dopo giorni di lacrime piene di disperazione. Il finale travolge per la sua grazia e poesia, come fiocchi di neve leggeri che cadono su binari abbandonati.

 

 #4 Cioccolatino extra fondente:
Un libro, o un film, la cui storia losca ed oscura, ma al tempo stesso in un fascino accattivante, ti ha conquistato.

Improvvisamente l’estate scorsa di Tennessee Williams, l’opera teatrale

Improvvisamente l’estate scorsa diJoseph L. Mankiewicz, il film

Trama: il dramma ha come protagonista Catherine, una giovane donna che sembra impazzire dopo avere accompagnato suo cugino Sebastian in un viaggio in Europa, durante il quale egli muore in circostanze misteriose. La madre di Sebastian cerca di occultare la verità a proposito dell’omosessualità di suo figlio e sulla sua morte, in quanto vuole che Sebastian sia ricordato come un grande artista. Minaccia quindi di lobotomizzare Catherine per le sue confuse affermazioni su Sebastian.

Improvvisamente l’estate scorsa mi convinsi che lui aveva ragione e che quanto mi aveva fatto vedere quel giorno era l’orrenda, ineluttabile verità.

Adoro Tennessee Williams. Questa è la sua opera più cupa e morbosa, dove tocca argomenti scomodi per l’epoca come la pazzia, i manicomi, l’omosessualità, rapporti scandalosi che sfiorano l’incesto. Ma anche il film non scherza, con un cast in stato di grazia e un bianco e nero che ingigantisce l’orrore, il trauma dei ricordi, il baratro della follia. Dico solo questo: cannibalismo e rituale con sacrificio umano. Più extra fondente di così!


#5 Cioccolatino liquore e ciliegia:
Un libro, o un film, alla cui storia travolgente e passionale non hai proprio saputo resistere.

Il danno di Josephine Hart, il libro

Il danno di Louis Malle, il film

Trama: Il protagonista è un uomo di cinquant’anni. È stato un “abile dissimulatore” che con facilità ha saputo svolgere il ruolo di figlio, marito, padre, politico, sempre con ottimi risultati. Fino a quando incontra una donna – strana, misteriosa e segnata dal proprio passato – che subito esercita su di lui un pericoloso potere. Un dominio sessuale e psicologico di fronte al quale egli soccombe senza riserve, nonostante lei l’abbia messo in guardia contro se stessa e lui sappia che rappresenta una minaccia per tutto il suo mondo poiché è la donna che il figlio intende sposare…

Mentre muoio, forse anni prima che l’idiota meccanismo del mio corpo finalmente si arrenda, mormoro a me stesso e a quelle facce mute in corridoio: “Almeno adesso sono certo della verità”.
Per quelli di voi che ne dubitano: questa è una storia d’amore, è finita.
Altri saranno più fortunati.
Auguro loro ogni bene.

Non c’è romanticismo in questa storia. Ci sono cicatrici che tornano ad aprirsi quando la pelle si sfrega contro altra pelle. Intenso, tragico, fisico. Per me, sconvolgente.

Infine, vado contro le regole e non taggo nessuno. Lo so, spezzo la catena, ma le catene mi ricordano le manette, e noi ladri preferiamo avere le mani libere!