Sipario

Miei diletti, adieu.

Una ladra che si rispetti se ne andrebbe di soppiatto e nottetempo, lasciando dietro di sé soltanto l’armadio vuoto e i cassetti del comò aperti, con un anonimo scontrino stropicciato, caduto a terra, come unica traccia del suo passaggio. O un fermaglio per capelli a forma di farfalla…chissà…

Ma son ladra gentildonna, e in questa casa fatta di parole ho avuto ospiti che, con la loro presenza gentile e costante, hanno costruito altre stanze: poltrone comode davanti al camino acceso, mentre fuori piove. Alcune presenze sono diventate voci reali, tangibili, amiche.

Per loro, abbasso il capo in segno di rispetto e faccio un cenno di saluto con la mano guantata. Devo andare: la vividezza abbacinante della vita vera mi ferisce gli occhi, ed io non riesco più a vedere le sfumature dei colori.

Getto uno sguardo alle parole impilate sul letto, accanto alla veletta abbandonata sul cuscino. Senza malinconia, senza ripensamenti. Ci saranno altre porte da aprire, altre parole da cucire in una storia. Oppure no…chissà…

La mia fedele Birkin è pronta a partire con me; nessun altro bagaglio, soltanto lampi di ricordi: profumo di nonnine, tacchi in bilico, mug per il té, gatti zen, ghiande rosse, moonlight serenade, arte e bambini, piazzette, England, pelliccia bianca, deliri, santi e vagoni. Oblio.

Merci à tout le monde. Torno a darmi alla macchia.

Esco in punta di piedi, senza pompa, umilmente, da vedova. Voilà:

Equinozio

Lo so, miei diletti, in questo periodo ho l’animo pervaso di malinconia: sono un prato calpestato  di  feuilles mortes mentre la mer efface sur le sable les pas des amants désunis…ed essendo piena di passione, esprimo ciò che sento, anche se en ce temps-là la vie était plus belle et le soleil plus brûlant qu’aujourd’hui…no, niente cuori spezzati, soltanto la vie, che non è sempre en rose.

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Una volta, caddi.

Cornicione scivoloso di brina notturna e cattivi pensieri. Vomitarmi via le ore disperate e immote, a guardare polvere ammucchiarsi sui vestiti e sui miei piedi scalzi. Scalzi anche i polmoni oppressi da zavorra, e nuda la pelle sopra il petto, sottile come il filo del destino. Nodo disfatto, unghie spezzate di tormento.

Aria come cibo, bevendo il mio silenzio. Divorandomi.

I miei occhi, orbite desertiche. La dispensa vuota. Osteoporosi.

Una crepa dal cranio alle caviglie, per disintegrare in schegge il mio passaggio.

Frantumi di mosaico. Tassello perduto, nell’equinozio tra bacino e cuore, a ricordarmi sempre una mancanza.

Appuntamento al buio

Questo lo dedico a te, guerriera.

Anche questa sera mi presenterò in abito lungo, scintillante e argentato come un’armatura da guerriero sopravvissuto ad ogni battaglia. Ma la scollatura sarà audace: fin dove batte un cuore che non perde un colpo. E non avrò gioielli, se non un solitario di sorriso, in tinta con lo sguardo affilato (forse altero) che non abbassa la guardia. Tacchi vertiginosi, per osservare dall’alto  quanto tutto sia niente. Sfilerò un guanto bianco e porgerò la mano per sentire le tue labbra: fredde, come sempre. Splendida, accetterò le tue attenzioni ma non cederò. Continuerai a parlare a sproposito, convinto di avere il coltello dalla parte del manico, mentre io agirò, forte dei miei silenzi. Ti volterò le spalle e me ne andrò, sapendo di avere la vittoria in pugno.Tu terrai il broncio, come un bambino capriccioso. E mi inviterai ad un nuovo appuntamento al buio. Mi darai del tu, come fossimo amici; io ti chiamerò col tuo vero nome.

Dolore.

Corto

Inciampammo l’una nell’altro sotto l’albero maestro di un veliero, o forse tra le dune ventose nel Mar dei Sargassi.

“Si è fatto male? Com’è caduto?”, domandai con malcelato divertimento, tendendogli la mano.

“Cado spesso un poco dalle nuvole.”, mi rispose, appoggiando le labbra sulle mie dita in un bacio lieve, e un largo sorriso si spalancò sul suo viso abbronzato, esotico.

Ci studiammo con gli occhi e l’intuito per alcuni secondi, senza parlare: lui riconobbe la sua stessa smania di fuga, e vide salsedine nelle mie iridi. Io seppi con certezza che aveva sete di mare e avventura.

“L’avventura è una faccenda troppo seria per essere lasciata in mano agli uomini.”, sentenziai, cominciando a passeggiare. Si mise al mio fianco, stando al passo.

“Touché!”, ribattè, e i suoi piccoli occhi chiari mi scrutarono i fondali, alla ricerca di segreti sepolti.

“Lei, per caso, non è un mio connazionale?”, raramente mi succedeva di non riconoscere le origini di chi avevo di fronte.

“Ah, no! Io non c’entro, ho un sacco di origini e tre o quattro nazionalità, ma non la sua.”, sembrava avermi letto nel pensiero, e si stava prendendo gioco di me.

Io adoro giocare.

“Come giudicherebbe chi ruba per vivere?”, gli chiesi a bruciapelo: “Per vivere davvero, intendo…”

“Non sono nessuno per giudicare, so soltanto che ho un’antipatia innata verso i censori, i probiviri… ma soprattutto sono i redentori coloro che mi disturbano di più. “.

Mi innamorai di quell’uomo sull’ultimo accento della frase.

Insieme, girammo il mondo e le sorti del nostro destino. L’Eldorado ci cadde fra le braccia, riempiendole di ricchezze, rischio e passione.

Stavamo bevendo champagne francese sulla balconata candida di un hotel, nel mar delle Antille. Lui indossava il suo cappello da marinaio; io una profonda scollatura ed un collier dal valore inestimabile, nuovo di zecca (almeno per me): “E tu credi veramente che questa tua fortuna sfacciata durerà per sempre?”, gli domandai pigramente.

Tese la mano verso di me e mi offrì il palmo, ed uno dei suoi sorrisi: “E come no, mia cara! Quando ero bambino mi accorsi che non avevo la linea della fortuna sulla mano, e allora presi il rasoio di mio padre e, zac… me ne feci una come volevo.”

L’ultima notte, ero affacciata al  balcone della mia stanza dorata a Venezia, con i capelli sciolti ed un fiore bianco dietro l’orecchio. Sapevo che, il giorno dopo, non lo avrei visto più.

Lui si presentò in anticipo, come se non volesse perdere neppure un secondo di noi.

Mi guardò con ammirazione: “Eh, ma che bella! Chissà perché, mi fai ricordare il Tango di Arola che ascoltai nel cabaret della “Parda Flora”, a Buenos Aires.”

Forse c’era qualcuna che mi assomigliava?”, lo stuzzicai con civetteria.

Il suo viso divenne serio, quasi solenne: “No! Proprio perché non assomigli a nessuna avrei voluto incontrarti sempre… in qualsiasi posto…”

Era sincero.

Mi cinse le spalle con il braccio e mi mostrò il panorama nebbioso della laguna, raccontandomi la poesia di un addio: “ Ci sono a Venezia tre luoghi magici e nascosti: uno in calle dell’amor degli amici; un secondo vicino al ponte delle Meraviglie; un terzo in calle dei marrani a San Geremia in Ghetto. Quando i veneziani (e qualche volta anche i maltesi..) sono stanchi delle autorità costituite, si recano in questi tre luoghi segreti e, aprendo le porte che stanno nel fondo di quelle corti, se ne vanno per sempre in posti bellissimi e in altre storie.”

Aprimmo quelle porte più volte, ma non ci rincontrammo in nessun’altra storia, in nessun altro posto bellissimo.

A lui, che è stato una ballata. Una ballata del mare salato.

Ero(s) a Trieste

Miei cari, Trieste è una città dal sapore unico e malandrino, sapore in cui si avvertono tracce salmastre di mare, la nota slava di sangue zingaro, l’impronta pazza di folate repentine ed ingovernabili. Una città  che seduce.

Perché a Trieste tutto è possibile…

La invita e costringe contro un muro di spigoli clandestini, lisci di muschio e bora. Nel vicolo, all’ombra dell’azzardo.

Alto, le soffia ciò che vuole appena sopra il lobo, lì, dove si impazzisce, e ride. Lei indietreggia col senno di poi; prima, la spina dorsale è pietra premuta e urgente di rischio, dell’attimo.

Saliva di baci senza presentazioni, pulsazioni che grattano elastici. Vestiti scivolosi si parlano e toccano, cercando cerniere aperte di carne viva.

Solo grida di gabbiani e mare. Ma fuori, vicino, altrove…

Dentro la notte, sul selciato bagnato di nubifragi, si specchiano cuori che accelerano. Dilatarsi di pori e pupille, i corpi diventano morbida schiuma che si inarca, si mescola e non chiede nomi.

Mentre la città sbircia silenziosa tra crepe di mura, rubando il ricordo di stoffa scostata, di un anello di fumo.

Di piccola orgia segreta.

Ladra

James Christensen

Miei diletti, conoscete  ladra più onesta di me, che rubo le mie stesse parole da vecchi archivi impigliati nella rete?  E’ una fredda giornata invernale con una promessa di neve, dentro un grigio compatto e infrangibile: non il mio tempo ideale, I must say, perciò scivolo furtiva, a trafugar memorie notturne d’estate.

*** *** ***

Saccheggio la notte, quando solo i gatti e i malviventi si orientano nel buio, e i corpi innamorati.

M’indosso nuda e scavalco la finestra, il cuore e i sensi come attrezzi del mestiere. Rubo il fiato caldo dell’estate, il canto armonico di una civetta ed un grillo, il segreto di una confessione. Porto via l’ombra allo stelo sempreverde dei lampioni accesi lungo la riva di marciapiedi in piena, grondanti echi di passi spossati dal peso di troppi non posso.

Ogni notte, un indirizzo nuovo: la terrazza abbandonata su cui contare il tempo in crepe, il giardino nascosto di coppie clandestine, abitato da lucciole e carezze. L’uscita di un teatro senza folla. Il ponte sul fiume torbido, dal quale sporgere rimostranze al destino ingiusto.

Sono razziatrice di rumori. Sassi lanciati contro una persiana azzurra. La rabbia di un allarme in un appartamento vuoto. Una bottiglia in frantumi. Un’anima in pezzi. Acchiappasogni infranti. Annuso l’odore dell’aria e m’impadronisco dell’ultima riga di un libro senza trama: fine della storia, fine della notte.

Un postino in bicicletta, il camioncino dei giornali, la saracinesca di un bar.

Confusa nell’indecisione di un principio di sole, mi dileguo tra vicoli, un retino di farfalle in spalla.

 

C’è un cadavere in biblioteca

“C’è un cadavere in biblioteca, sir!”, annunciò Mr. Stevens la mattina di Natale, mentre tutti noi, la famiglia al completo, stavamo facendo colazione a Greenway House per la prima volta dopo cinque anni vissuti in giro per il mondo.

“Parbleu!”, esclamò maman, continuando a sorseggiare il suo cafè au lait, “My goodness, not again!”, aggiunse daddy senza smettere di spalmare il burro, con precisione inglese, sulla fetta di pane abbrustolito.

Zio Alistair scosse la testa in silenzio, indirizzando un’alzata di sopracciglio fugace a papà, mentre zia Tatti lanciò un’occhiata panoramica sulla tavolata e concluse: “Qui ci siamo tutti…non sarà qualcuno della servitù? Sarebbe un vero peccato: è così difficile trovare del buon personale al giorno d’oggi…”.

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