Dalla terrazza

Ho dimenticato dove fosse la terrazza.

So che era una città calda, forse Siviglia, oppure Lisbona; ci davamo silenzioso appuntamento su quella terrazza notturna che cingeva in un abbraccio impacciato la pensione macilenta, dalla reputazione dubbia quanto quella dei clienti che vi sostavano per un’ora o per una vita intera.

Ci univano una boccata di fumo e lo sguardo disincantato di chi dal destino non ha mai ricevuto una mano di carte fortunata. Non ci siamo mai scambiate un sorriso: la dolcezza era bandita dalle nostre labbra sfigurate da rossetti scadenti e vistosi. Eppure, il rituale di incontrarci ogni notte, appoggiate contro la ringhiera screpolata a fumarci via la giornata, era un breve respiro prezioso che nessuna mano maschile poteva toccare, neppure lasciando una mancia sostanziosa.

Guardavamo l’umanità dall’alto, finalmente piccola e lontana, e ci accorgevamo di indugiare sulla stessa coppia clandestina, lesta nel cercare rifugio in qualche appassionato androne, o l’anziano signore dall’aria distinta, con bastone e cappello, che sembrava passeggiare senza meta, fuori ritmo, incurante del contorno losco e chiassoso.

Una volta -stava ormai albeggiando-, il signore distinto alzò la testa verso il nostro balcone. La mia compagna di sigaretta si tirò indietro emettendo un grido soffocato, poi corse dentro. La tenda grigia della sua stanza fluttuò con inaspettata levità, accarezzandomi la crocchia di capelli.

La notte successiva lei non uscì a fumare, e neppure le notti a venire. Non la vidi mai più. Ho memoria dei suoi ultimi occhi, le pupille dilatate che riempivano di buio l’iride azzurra. I muscoli del collo tesi, le mani avvinghiate alle spalle, le unghie piantate nella carne.

Provai dispiacere: non le avevo mai chiesto il suo nome e lei non aveva mai chiesto il mio.

“Forse dovrei smettere di fumare”, pensai, gettando il mozzicone nel vuoto.

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The thing I like

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Miei adorati, giunse il gelo.

In vedetta (e con veletta) dalla plancia del mio divano, getto un’occhiata mesta attraverso i vetri della finestra, scorgendo solo quel plumbeo schifido che mi fa salire il turpiloquio più estremo, quello che riservo agli acerrimi nemici.

Perché i nemici devono essere acerrimi: non mi scomodo per meno!

Se qualcuno ancora osa trillare con voce argentina che adora il freddo, i caminetti scoppiettanti, il grog e la grolla dell’amicizia e il punch e le coperte di pelliccia e gli sciarponi colorati e la nebbia la neve il ghiaccio e il fiato che sfiata ( e che non mi si nomini la parola con la N maiuscola: le maglie con le renne non si abbinano al tacco dodici)… scusate, un’immagine raccapricciante si è materializzata nella mia mente, devo farmi portare i sali…

Un attimo di raccoglimento per riaversi dal trauma… fatto!

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My happy ending

… e vissero tutti felici e contenti.

-The beginning-

“Mi hai fregata, caro Walt!”

Cenerentola studia la propria faccia nello specchio del bagno, ma conosce a memoria le borse sotto gli occhi e l’indomita frustrazione che le fa pulsare la vena sulla tempia sinistra. Tira un’amara boccata di sigaretta mentre verifica lo stato delle sue unghie: cheratina sbeccata, opaca come quella mattina di novembre dai colori incerti ma dal vento deciso e chiassoso, infastidito per il solo fatto di esistere.

“Bella la metafora del castello bianco e della vita da principessa, caro Walt!”

Cenerentola gracchia rauchi gargarismi e sputa fiele nel lavandino, imprecando contro l’universo. Sente il rumore della porta di casa che si chiude: è suo marito, il principe azzurro, che sta andando in ufficio sussurrando un “ciao” poco convinto. Tornerà solo alla sera, ma questa è una buona notizia per entrambi.

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Specchio

Mirror mirror on the wall

who’s the fairest of them all?

Sul mio viso adolescente si rincorrevano lentiggini e dubbi che nascondevo tra le onde bionde; alzavo lo sguardo verso il cielo soltanto dentro stanze vuote, dopo il coprifuoco. Scivolavo rasente i muri per confondermi al ruvido grigio, sbucciandomi il cuore.

In classe leggevo a bassa voce, ma la sera cantavo a squarciagola i Simple minds e i Depeche sul mio palcoscenico di lenzuola azzurre, la finestra aperta su cicale e lucciole, con la radio che mandava una canzone dedicata da me a me.

Non conoscevo l’arte di camminare sui tacchi ma ballavo sola, a piedi nudi su un filo sospeso tra la mia isola senza approdi  e la terraferma.

Il grande specchio rettangolare riprendeva inesistenti dialoghi, il sorriso di sfida truccato per non uscire di casa, un vestito aderente che non avrei mai indossato fuori dai miei confini protetti. La mia divisa era una camicia a scacchi maschile, ampia quanto il timore di mostrarmi, e pantaloni neri, opachi dove le mani impacciate strisciavano il loro disagio.

Ormai non tremo più da anni, e canto quando mi va di cantare.

Eppure a volte, con la coda dell’occhio, colgo il mio riflesso nello specchio grande, come se non fosse vetro ma pellicola resistente, la fotografia più intima, senza veli: le ciglia abbassate e umide, piccola piccola, sfuocata dal tempo, dalle lacrime, da quel subdolo residuo della paura di vivere che ancora non mi abbandona.

 

 

 

 

Il testo che avrei voluto scrivere

Il testo che avrei voluto scrivere
Non è di certo questo
Il testo che avrei voluto scrivere
Non è di certo questo
Perciò dovrò continuare a scrivere
Perché di certo riesco
Prima o poi

Miei adorati, avete presente quando, in modo del tutto inaspettato, vi trovate a vivere un incubo?

Il vicolo è immerso nell’oscurità. Oscurità e nebbia. Oscurità, nebbia e silenzio.

Dakota, scricciolo pallido e minuto, non sa che pesci pigliare: Allison, la sua migliore amica  (o così credeva), l’aveva costretta ad accettare un’uscita a quattro. Orrore! Il suo accompagnatore, un ragazzo con i capelli color paglia (a Dakota non erano mai piaciuti gli uomini biondi) e i mocassini senza calze (Dakota detestava i mocassini senza calze) le si era appiccicato come carta moschicida e aveva tentato di baciarla! Lei era scappata via, e ora si ritrova in una strada mai frequentata prima, da sola, nell’oscurità. E nella nebbia. E nel silenzio.

Sola nell’oscurità, la nebbia e il silenzio.

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Grigio

Ah! l’ironia, sì!
non ci perde mai di vista
è come una pioggia estiva
che ci guarda naufragare

-Quintorigo-

Miei diletti lettori, sapete quanto possa essere insidiosa una pozzanghera?

Sto tentando di raggiungere quel luogo (qualunque esso sia) e sono in ritardo; è lunedì, e dal cielo scroscia un diluvio biblico: secchiate di fastidio traverso che vanificano ombrelli e copricapi, andando a rovesciarsi nell’imboccatura del cervello per poi scendere lungo il collo e giù, fino a toccare il fondo.

Intorno a me, fantasmi. Figure monocromatiche che si muovono come batteri imprigionati sul vetrino, ectoplasmi a testa china che cercano varchi inesistenti tra giacche permeabili al grigio. Il marciapiede intriso d’acqua è in fin di vita e crepa, minacciando cadute, mentre l’asfalto della strada cede alla debolezza e mostra le sue lacune. Pozzanghere.

Come un bambino che gioca a campana, tento di evitare le pozze saltando su un solo tacco, ma mi sento come un pedone che vuole vincere sopra una scacchiera senza re. Una battaglia persa in partenza perché priva di scopo: non esiste destinazione che valga il pernicioso rischio alla salute cui sono sottoposta!

Mentre  le mie Chanel affondano nella pozzanghera, io guardo dentro l’abisso  e l’abisso guarda dentro di me. Il mio viso, riflesso nello specchio d’acqua piovana, ha l’espessione rassegnata del tapino che apre la busta contenente l’ennesima bolletta, destino avverso e prevedibile di un lunedì senza fine, che comincia come un lunedì e continua come un lunedì.

L’abisso si spalanca in una nera orbita indagatrice, pronta a cogliermi sul fatto. La ladra che c’è in me si ribella, incapace di firmare una confessione estorta a causa di sventurate circostanze climatiche.

Fisso le mie labbra esangui, serrate in una linea piatta, e scarico 360 joules di joie de vivre: “Je m’en fous!” esclamo, e lascio che una folata gelida mi rapisca l’ombrello.

Intorno a me, bipedi grigi arrancano sulle caselle alla ricerca del senso della vita: alzarsi dal letto e sbarcare il lunario, come qualsiasi lunedì.

Mi abbandono all’ironia, alle contingenze, al fato. Estraggo dalla borsa il mio rossetto preferito e lo passo sulle labbra con mano ferma e sapiente. Rossetto rouge, come un sentiero di foglie d’acero brillanti sopra il liquido acciaio battente. Rossetto magico, che volge le labbra al sorriso.

Rossetto waterproof,  bien sûr!

Solito quesito cosmico: esistono rain boots con tacco dodici?

 

Bridge over troubled water

 

La Desmond che c’è in moi

Frangar, non flectar

Miei cari, mi assentai un attimo, ma torno a codesto blog con rinnovato vigore e immarcescibile slancio creativo, a mento alto e mani sui fianchi nonché filo di trucco e filo di tacco (anche se le Louboutin preferite, ahimè, sono andate perdute nella bieca brughiera di Bodmin).

In molti vi sarete chiesti perché mi celai, alcuni avranno temuto il peggio, e io sono qui, a tranquillizzare gli animi dei più ansiosi: la mia fedina penale è ancora immacolata (nonostante io non sia fulgido esempio di onestà), i miei polsi non hanno provato il vergognoso e gelido abbraccio di un paio di manette ostili, niuno ha puntato il dito contro la mia graziosa personcina gridando: “Al ladro, accorruomo!”.

Non ho commesso atti illeciti (secondo il codice penale). Non ho spartito bottini e non mi sono introdotta senza permesso in alcun edificio contenente preziosi et affini. Non ho indossato abiti da gran soirée e non ho frequentato la high society, non ho osservato memorabili tramonti e sorseggiato champagne a bordo piscina di un lussuoso Ritz-Carlton in qualche paradiso fiscale circondato dall’ oceano più cristallino.

Ho piuttosto attraversato procellose acque come a qualsiasi umano, di tanto in tanto, capita di attraversare, ma veletta e volontà mi hanno permesso di giungere sana e salva all’agognata riva. A volte ho bevuto sale senza distinguere se fosse mare o pianto; ho perso di vista la Stella Polare, mi sono persa e sentita perduta.

Ho urlato al silenzio che mi ha risposto.

Infine ho riso con fragore, a gambe larghe e petto in fuori come una sguaiata commediante d’avanspettacolo, e ho accolto i fischi del pubblico con la leggerezza di chi ha calcato i palcoscenici sul tetto del mondo e nei bassifondi della disperazione.

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Parbleu, quanta solennità! Vorrei essere frugale, ma mi scappa il melodramma…

Quesito cosmico: son più donna o primadonna?