Se morisse mio marito 4

Mes amis, tengo a dirvi che sono una donna molto paziente e comprensiva: mai feci un appunto a Mr. White in merito alla sua attività (redditizia e criminale anzichennò), neppure mi sognai di lamentarmi di avere alle calcagna, ogni giorno, ora e minuto che Iddio mette su questa terra, i suoi ingombranti tirapiedi, discreti quanto i botti di Capodanno.

Accettavo di buon grado le limitazioni alla mia libertà, ma che ci volete fare: ero giovane, inesperta e follemente innamorata….del resto, l’amore era un boccone rubato al volo, tra un viaggio d’affari e l’altro, perciò non ancora logorato dall’abitudine.

Ma, in una sera di calma apparente, mi scivolarono gli occhiali con le lenti rosa: fui offesa, e tutto cambiò!

Mentre mi dilettavo nella lettura di un intrigante thriller di Agatha Christie: “Lord Edgware Dies”, mio marito, seduto accanto a me sul divano, si sollazzava nella visione di un cartone animato di Walt Disney: “Gli Aristogatti”, tentando di coinvolgermi nel suo divertimento sfrenato.

B.n.v.(breve nota della vedova): Non fate commenti. Ognuno ha i propri passatempi: c’è chi ama pescare, chi predilige il giardinaggio o le partite di football. Mr. White aveva la collezione completa dei cartoni animati di Walt Disney, disposti in ordine cronologico nella libreria, accanto ai miei romanzi, ai miei racconti gialli e alle mie adorate biografie dei Tudors.

“Indovina il mio personaggio preferito, piccola”, mi ordina a bruciapelo, mentre gli occhi gli brillano come se stesse conteggiando la refurtiva.

“Frou-frou?” rispondo, distratta dalla trama avvincente del mio libro.

Frou-Frou-disney-females-10999637-200-200

Mr. White cambia posizione sul divano, seccato: “Edgar! Il mio personaggio preferito è Edgar! Quello sì che è un maggiordomo: furbo, temerario, diabolico…”

“Yankee…”, aggiungo,  continuando a leggere la stessa riga per la quarta volta.

Mi lancia un’occhiata volpina e sorride compiaciuto, lieto di aver attirato la mia attenzione. Appoggio il libro e mi inalbero, piccata: “Certo, un maggiordomo partorito dalla matita di uno yankee, irriconoscente e privo di dedizione!”

Sospiro, e la mia mente vola all’immagine struggente delle campagne smeraldo del Devon, in quella che resterà per sempre la mia home sweet home: “Greenway House”, dove sono nata e cresciuta, dove ho lasciato i ricordi d’infanzia, il mio cuor di fanciulla. E il miglior maggiordomo del Regno Unito. Mr. Stevens.

“Come si chiamava il tuo pinguino personale? Jarvis?”, mi canzona l’impunito.

“James, si chiama James ed è ancora vivo e vegeto!”, preciso, e torno a sospirare, conscia dell’amara realtà: Greenway House non è più casa mia, e Mr. Stevens non ne è più il maggiordomo. E non sono più circondata da prati all’inglese, ma da mangrovie putrescenti e acquitrini infestati di alligatori.

Mr. White passa repentino dal sorrisetto al ghigno feroce. Conosco quell’espressione: non sono più la sua piccola, ma la preda, la vittima designata, il bersaglio dei suoi colpi. Accavalla i piedi sul tavolino di cristallo e latra: “Jules, Vincent!”

Alla velocità di uno sparo i due ragazzoni sono al suo cospetto, pronti a eseguire qualsiasi ordine venga loro impartito.

Senza smettere di sorridere, Mr. White intima: “La mia signora sente la mancanza del maggiordomo, e io sono qui per esaudire ogni suo desiderio; chiamate G.B., ditegli di muovere quel culo molle e di sgommare immediatamente qui! Con armi e bagagli”.

Zucchino e Coniglietto si danno una gomitata complice e cominciano a sogghignare come due bimbetti che hanno appena nascosto una lucertola nel registro della maestra.

Coniglietto si attacca al cellulare e convoca il misterioso G. B.: “Hey, il capo ti vuole!”

Edgar non è ancora partito per Timbuctù, che già mi ritrovo le Tre Grazie davanti a me: Zucchino, Coniglietto e un piccoletto dagli occhi porcini, con una camicia hawaiana e un marcatissimo accento del sud: “Salve, Ma’am, sono G.B., ai suoi ordini”.

Fa un inchino e mi guarda con virile ammirazione. Mi fingo a mio agio e domando: “G.B.? Come George Bush?”.

Tutti si mettono a ridere, tranne me. Anzi, comincio a innervosismi.

“Ah, ah, no, Madame. G.B. Come Gerard Butler! E, non per vantarmi, sono il miglior palo della Louisiana!”

E giù, a scompisciarsi, insieme agli altri tre! Incrocio le braccia e fisso il consorte con aria sprezzante, mentre questi si sta contorcendo sul divano, ilare e soddisfatto.

“Butler. Capisco. Gerard Butler (che, tradotto, suona più o meno come Gerardo Maggiordomo). Esilarante! E che me ne faccio di un palo che si chiama Maggiordomo,  porta il nome di un attore scozzese, e parla come un confederato della guerra di secessione?”

Mr. White si scurisce in volto, tornando a essere letale e sbrigativo: “Ho bisogno di un paio d’occhi in più per un po’, e mr. Butler ha dieci decimi per bulbo”.

Con un gesto del capo, congeda il buono, il brutto e il cattivo, e torna a guardarsi il suo fottuto cartone animato come se nulla fosse successo. Atteggiandomi a diva da melodramma, lascio cadere il libro sul tavolino con un tonfo rumoroso, mi alzo in piedi e, con il mento rivolto verso i santissimi del paradiso, me ne vo, sbattendo la porta.

Mi sporgo dalla scalinata e vedo Mr. Butler all’ingresso. Sembra aspettarmi. Lo raggiungo, e il piccoletto mi regala un sorriso arguto, intanto verifica il mio personalino, dandogli mentalmente un voto lusinghiero: “Ma’am, sapesse quanti problemi mi dà questo cognome…”, fa una pausa teatrale, si schiarisce la voce e continua: “Vede, non sono l’unico Maggiordomo che esercita nel campo di banche e affini…”

Mi accendo una sigaretta, incuriosita, e ne offro una al mio nuovo coinquilino: “Che significa?”

G.B. accetta la sigaretta, tira una boccata e traduce: “Più di una volta sono stato contattato per un lavoretto, ma stavano cercando il Maggiordomo sbagliato”, abbassa la voce, come se stesse per rivelarmi il terzo segreto di Fatima: “Si sa solo che è inglese, per questo lo chiamano “The butler”. Da qualche mese fa base a Baton Rouge. E non esiste scassinatore di cassaforti abile quanto lui!”

Il mio cuore cominciò ad accelerare il battito, come volesse passare col rosso; “lui” era in America, in Louisiana, a Baton Rouge….e, come tetto, aveva il mio stesso cielo!

Continua

 Qui 1, 2 e 3

30 pensieri su “Se morisse mio marito 4

    1. Boccis, musetto grazioso, sappi che il veleno dev’essere un mai più senza nelle dispense di una vedova che vuol davvero definirsi tale. Hai fatto molto bene a suggerirne l’uso, perché non se ne parla mai abbastanza!

  1. Questa storia degli Aristogatti ha mandato in fumo tutte le mie certezze… Eh bon, sei di sicuro la mia vedova preferita!

  2. Buonasera, scusa il commento fuori contesto, ma devo avvisarti che nel mio ultimo aggiornamento ho nominato il tuo blog per una specie di premio di “visibilità”, fa parte delle regole del gioco avvisare chi si nomina. Ovviamente, non si è obbligati a continuare le nomination. 😉

  3. Ribadisco la piacevole scioglievolezza di questo blog e dei racconti che Mrs White snocciola con la consumata abilità di una thriller-author. Fu dunque attrazione fatale, quella con Mr. White? Ce lo svelerà o non ce lo svelerà? 😀 ciao, Piero

    1. Who knows, darling?
      Grazie ancora per aver dedicato il tuo tempo a questa povera vedova che altro non ha se non un po’ d’arguzia e l’eredità della buonanima…

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