C’era una volta

The Georgian house Greenway, at Galmpton, near Brixham, Devon, which was the holiday home of the crime writer Agatha Christie

 

Ricordo i nomi che da bambino davo alle erbe e ai fiori nascosti. Ricordo dove si trova il rospo e a che ora si svegliano d’estate gli uccelli – e l’odore degli alberi e delle stagioni – che aspetto aveva la gente e come camminava; ricordo anche il loro odore. La memoria degli odori è molto tenace.

John Steinbeck – La valle dell’Eden.

Forse non ci crederete, miei cari, ma anche la vostra vedova preferita è stata ingenua ed inesperta, fanciulla con la camicietta candida, il gilet di cashmere blu e la gonna a pieghe, incerta se cavalcare il mondo con piglio sicuro fino a domarlo, o se avvicinarlo in punta di piedi, temendo di essere travolta dal suo moto perpetuo.

A quindici anni avevo lunghi capelli lisci, una spruzzata di efelidi sul naso e un’aria smorfiosetta, che veniva accentuata dal mio portamento a schiena diritta e testa alta, in un incedere di distaccata spavalderia che non corrispondeva al mio sentire di adolescente, ancora banderuola di emozioni, vivide e fumose allo stesso tempo.

Il Devonshire nei giorni di vento: mare in battaglia con il cielo, tra colline in rivolta, cariche di muschio impregnato di pioggia.

Il vento… Sollevava maree, scoperchiava i pensieri, denudava intenzioni, strappando via l’equilibrio a uomini e cose.

Dai vetri della mia finestra, spiavo la frenesia dei nembi gonfi d’acqua, tentando di catturare l’odore della spuma marina che arrivava sino alla porta di casa. Tumultuoso verde, stracci vorticanti, battito chiassoso del mio goffo cuore.

Avete presente quando le sensazioni sono un’accozzaglia caotica di colori che fanno a pugni tra loro, panni attorcigliati dentro una centrifuga impazzita? Lisciavo la stoffa sulle ginocchia e mordevo il freno, bramando di lanciare a briglia sciolta la mia voglia di vivere, spaventata e spaventosa, contro la cassa toracica, come se il mio corpo fosse una segreta in cui tenevo imprigionato un ingovernabile stupore.

Greenway House era troppo grande per me e la mia solitudine ma, se anche fosse stato un misero monolocale, mi sarebbe sembrato vuoto e sconfinato fino a quando non tornavano i miei genitori, i cui passi sulle scale riconoscevo, come fanno i gatti. E, come un gatto, correvo verso il familiare richiamo e mi strofinavo felice contro la loro presenza, in attesa famelica di conoscere il racconto illecito delle loro prodezze in giro per il mondo.

 A quindici anni, ricevetti il regalo di compleanno più desiderato.

Mr. Stevens stava servendo il tè durante una delle rare, lunghe permanenze a casa di mamma e papà;  io ero intenta ad elencare con entusiasmo i miei progressi in campo linguistico, spiegando loro la differenza tra kanji giapponese, hiragana e katakana.

“Fafì”, annunciò maman con la sua voce modulata e armoniosa: “La prossima settimana partiremo per un viaggio. Questa volta, però, staremo via fino a quando non ti sentirai a casa, qualunque scalo tu faccia, in qualsiasi camera tu disferai le valigie”.

Daddy mi prese una ciocca di capelli e l’arrotolò attorno all’indice della sua mano, in un gesto consueto che entrambi amiamo: “Casa è dove riconosci gli odori, i suoni, i colori”, mi sorrise con gli occhi, azzurri come topazi d’incalcolabile valore: “Andiamo a collezionare emozioni, Fafì, my pet!”

Ritornai nel Devon soltanto cinque anni dopo, a primavera inoltrata; avevo imparato la lezione più importante: camminare sulle mie gambe e sui tacchi a spillo. Avevo aperto tante porte e portato con me altrettante chiavi, eppure, quando imboccai il viale bianco di Greenway House, fui abbracciata dall’odore di pioggia imminente, impigliato tra i fiori a fazzoletto degli alberi di davidia, le camelie e i rododendri, e piansi di felicità.

****************

Lo vedo, sapete, che avete inarcato il sopracciglio e state scuotendo la testa con espressione perplessa…lo ammetto, la mia non è una famiglia convenzionale, ed io non vi sto raccontando una storia convenzionale, ma che ci volete fare: je suis comme je suis!

To be continued? Who knows!

24 pensieri su “C’era una volta

  1. La convenzionalità è del genere umano. L’anticonvenzionalità è degli eletti.
    At the end of the day, better to be what I am rather than what they want.
    Inchini, baciamano, Milady.
    🙂 PIero

    1. Quanta saggezza nelle tue parole, mio carissimo Piero! Ho notato che molti guardano con sospetto la mia natura sfuggente, il sarcasmo dissacrante, la visione trasversale.
      Ma posso assicurare che io svaligio con garbo, e disdegno la volgarità: giammai entrerei in casa d’altri con le scarpe infangate!
      Bonne soirée, chéri.

      1. La visione trasversale insieme al pensiero laterale, che pure ti riconosco, ti consente di disegnare geometrie talmente audaci, da risultare inaccessibili ai “poveri di spirito”.
        Non ti curar di loro, ma guarda e passa.
        Bonne soirée à vous, mon doux ami.

  2. Missis tu non sei una blogger, sei una scrittrice! Complimenti, hai uno stile unico, elegante. Riesci a far vedere al lettore quello che tu senti. Non vedo l’ora di acquistare il tuo libro! Un abbraccio

    1. Divina sista, l’idea di scrivere un libro mi procura un senso di vertigine: troppa solennità, troppo impegno! Del resto, sono una centometrista, non una maratoneta: le lunghe distanze mi annoiano, e ho bisogno di cambiar spesso panorama e veletta…Ma sono assai compiaciuta dei tuoi complimenti :*

  3. Anche io penso dovresti scrivere un libro, forse te l’avevo già detto. Questo è davvero uno degli spazi più originali che ci siano in giro!

  4. Sarai anche un tipo non convenzionale, ma cosa c’e’ di più bello del profumo di casa?
    La memoria degli odori e’ davvero molto tenace (come ho potuto sperimentare di recente).

    Bellissimo pezzo, come sempre 🙂

    1. Merci, boccis, ma délice! Pensa che ci sono alcuni profumi che, fin da quando ero bambina, risvegliano ricordi lontanissimi, che neppure riesco a identificare: il profumo dei fiori di serenella, o certi odori grevi che trovi nelle strade delle grandi città, dove l’asfalto, il cibo dei ristoranti e le esalazioni del traffico si mischiano e riverberano esperienze.
      Non solo odore di casa, ma di vita vissuta.

  5. E’ stato come fare una passeggiata a Greenway house nei luoghi della tua infanzia cherie… un bouquet di teneri ricordi all’inizio della tua impareggiabile carriera…tra le tante cose che sei, sei anche una deliziosa scrittrice… 😉

    1. Nel mio cuore di ladra alberga tanta, tanta sensibilità, chér Gigì: nella mia pochette tengo sempre un fazzolettino di pizzo con le mie iniziali, perché sono facile alla commozione di fronte a ciò che mi scuote…il diamante Perfect pink, par exemple, oppure il Winston blue…ecco, mi scende la lacrimuccia!

  6. La linea sottile in cui intrecci – con abilità degna di chi ha le mani agili come gatti e morbide come velluto – la realtà e la fantasia mi fanno vivere ciò che scrivi come un oasi sospesa in cui tutto è possibile, anche se improbabile… mes compliments!

    1. Sono molto felice che tu abbia commentato questo pezzo in particolare, perché ero certa che avresti colto nel segno: ho cercato di mescolare armoniosamente emozioni intime, vere, con lo scenario fantasioso del personaggio della missis, questa volta senza la solita venatura comico-sarcastica.
      Grazie dei complimenti, mia cara pags: li apprezzo davvero!

      1. Lei mi lusinga, madame. Oltre a mettermi, in un certo senso, alla prova… e questa cosa mi piace e risveglia la mio del tutto sopito essere enfant terrible! Bonne soirée!

        P.s. Perdoni quell’orribile, involontario errore di ortografia del primo commento…maudit dépechez!

  7. Abbiate la bontà di perdonare gli errori di genere del secondo commento, giurò che – prima o poi – eliminerò dallo smart-phone la terribile funzione di correzione automatica -.-“

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