Una favola politically correct 2

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C’era una volta una principa che si chiamava B.N. ma il cui nome non poteva essere pronunziato perché rappresenta una discriminazione smaccata e becera nei confronti di chi vi pare, basta che la cosa vi indigni. B.N. è morta. Avvelenata da una Melinda.

L’esito del tampone, però, ribalta l’ovvio e dimostra che non esiste consequenzialità tra ingerimento boccone e interruzione del battito cardiaco, e dichiara la nostra principa ancora viva e vegeta. Sì, vegeta, poiché il movimento risulta quanto mai complesso quando il cuore non pompa, e alla povera… si può dire povera? Credo di sì, i poveri sono ben accetti, oserei dire acclamati, per far vedere che le calamità non perdonano e colpiscono gli sfortunati che non hanno i conti correnti alle Cayman o non pagano le tasse in Olanda.

Insomma, la povera principa si trova costretta a dormire un sonno comatoso che la catapulta in un mondo parallelo, pieno di fiori petalosi e prati all’inglese. Si può dire inglese? Non è pericoloso? Facciamo che sono prati lussureggianti e incolti, accarezzati dai raggi di sole e dalla brezza incontaminata. Si può dire incontaminata? Non è che rischio la pena capitale in quanto fake news che mette a rischio l’incolumità dei miei simili, incapaci di discernere il pericolo? Vabbé, in fondo si tratta di un sogno, e credo che sognare sia ancora legale. Forse. Dipende dal sogno. Non so, bisognerebbe chiedere a un esperto ma sono tutti in tv.

Arrivano sette nani.

“Chi siete?” Domanda la principa, presa dal panico alla vista del basso ma vistoso assembramento.

“Siamo i sette nani, e torniam torniam torniam da lavorar!” Esclamano in coro i nuovi arrivati, e mostrano con orgoglio i loro picconi alla principa confusa. I picconi. Non è una metafora, stolti. My gosh, qui siamo ancora all’età della pietra!

“Perché non siete mascherati?” Incalza la giovane virgulta, conscia del proprio viso nudo, cercando e non trovando tasche nella sua gonnellina in cotone ecologico da 4.000 sterline disegnata da Victoria Beckham.

“Quella è la Banda Bassotti, noi siamo i sette nani, minatori onesti che campano grazie al sudore della loro fronte!”

La principa non ha la più pallid… scusate, la più vaga idea di che cosa sia un minatore, ma non vuole passare per vuota adolescente superficiale, interessata soltanto ai video su tic toc e ai gattini, perciò annuisce con l’espressione di chi sa e continua: “E’ davvero apprezzabile che siate una squadra formata per intero da una minoranza, ma siete tutti uomini! E le quote rosa?”

Uno dei nani… ops, mi genufletto in segno di scusa, uno dei sette esseri umani, in nulla diversi da qualsiasi altro essere umano in quanto a diritti sociali, ma compiaciuto rappresentante di una diversità da ostentare con fierezza e senso d’uguaglianza, si gratta il naso e tuona con voce tenorile (si può dire, c’è scritto nel manuale del cittadino corretto con la prefazione dei Ferragnez): “Donna, dici cose senza senso.”

B.N. si erge in piedi con inusitato vigore e, dall’alto del suo metro e sessantuno: “Donna? A me? Come osi? Stai forse cercando di denigrare la mia femminilità con un linguaggio pregno di luoghi comuni e sottili allusioni offensive? Guarda che ti denuncio alla codacons, io frequento il corso da influencer e quello di kick-boxing, ho rotto con il mio ex perché era geloso del mio canale youtube e mi rubava il rossetto e considero Myley Cyrus e Lady Gaga dei fulgidi esempi per le nuove generazioni e spero tanto che si candidino alle prossime elezioni dopo che la Kamala sarà santificata per aver fatto da badante a Biden!”

“Donna, dici cose senza senso e parli troppo. Volevamo invitarti nella nostra umile dimora per mangiare con noi lo spezzatino di bufalo e bere la birra della miniera fatta con la fuliggine, ma la barriera linguistica e generazionale ci porterebbe a imbarazzanti misundersandings, perciò… sayonara. Il bigliettino con il numero del taxi è affisso all’olmo dietro di te. Ah, e per la cronaca, io mi sono laureato alla Bocconi.” E con queste dure parole, i sette minatori se ne vanno fischiettando.

La nostra principa, oltremodo offesa ma anche scoraggiata, s’accoccola fra i trifogli e borbotta tra sé e sé: “Osano pure fischiettare. T’immagini che emissione di saliva?”

Anche lo stomaco inizia a borbottare, e la povera B.N. si sente persa senza il suo HiPhone e relativa connessione, che le permetterebbe di ordinare un po’ di delivery vegana mentre registra una live per il suo canale. Viene colta da sonnolenza per digiuno, e cade addormentata, sempre fra i trifogli.

In lontananza, s’ode lo zoccolio di un cavallo. Sempre se si può dire. Non so, credo che qualcuno s’offenderà. Anche se lo zoccolo è molto politically correct. O forse non più. Chiedo a voi, lettori modello.

La fine è vicina. Della favola.

2 pensieri su “Una favola politically correct 2

  1. Sui picconi confesso che una lacrimuccia ha inumidito il mio ciglio, ripensando alle liete ore passate in compagnia delle avventure di BN e dei diversamente alti durante il militare. Quando ancora si poteva dirlo e farlo, dico.

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