Prova di scrittura dissonante: Fight club meets the Brontë sisters

Carissimi, ispirata dal commento della mia amica Diana, in questo mio momento di somma sofferenza amorosa (il cui nome inizia per J e finisce per asshole), ripropongo un vecchio pezzo di un mio vecchio blog. Immaginatevi un dialogo di Fight Club inserito in delicata prosa ottocentesca. Così, per vezzo, e per rammentare a me stessa l’importanza di chiamarsi scrittura omogenea.

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La notte aveva ammantato d’impenetrabili tenebre l’urbe tumultuosa, invisa al sonno dei giusti.

Era un locale fatiscente e di modeste dimensioni, popolato d’umanità affranta che si crogiolava senza scopo alcuno, affogandosi nella liquidità stordente di bevande misere quanto l’esistenza.

Sul retro, un cortiluccio di asfalto assai lercio, e fumo esalato da tombini di pietra morsicata dalle intemperie, accumulate in anni e anni di albe identiche ai tramonti.

Due giovani uomini si fronteggiavano in piedi, dissertando di vita e morte.

“Colpiscimi!” Intimò il primo, allargando le braccia. L’espressione sfrontata si appaiava egregiamente all’abbigliamento eccessivo, vistoso: giacca di pelle consunta color sangue di bue su raffazzonata fantasia di fiori.

“Vuoi che ti colpisca?” Ripeté il secondo individuo con aria sorpresa. Questi pareva dagherrotipo speculare del compagno: pallidezza sulle guance smunte, minuto e anonimo, infagottato in strati di stoffa bigia.

“Non lo so, cazzo, non sono mai stato in una rissa, e tu?” Il giovine appariscente, che rispondeva al nome di Tyler, sollevò il mento baldanzoso con aria di sfida.

“Neanch’io, ed è una buona cosa, no?” Argomentò il secondo con una vocetta concitata dai toni squillanti, venati d’inquietudine.

“Come cazzo puoi credere di conoscere te stesso se non hai mai fatto a botte? Io non voglio tirare le cuoia senza neanche una cazzo di cicatrice!” Tyler raccolse due bottiglie vuote e le appoggiò sul selciato a breve distanza l’una dall’altra, delimitando un margine che, si suppone, servisse come linea entro la quale creare il teatro del combattimento: “Dai, colpiscimi, o vado fuori di testa!”.

“Questo è dannatamente stupido! Vuoi sul serio che ti picchi, testa di cazzo?” Il giovane anonimo aveva mutato atteggiamento con guizzo repentino, e: “Dove vuoi che ti colpisca, maledetto fuori di testa?”.

Tyler raddrizzò la schiena con impettita boria: “Stupiscimi!” Esclamò trionfalmente, prendendosi giuoco dell’intero mondo.

Il suo avversario fu lesto ad accogliere l’invito e, con violenza inusitata, sferrò l’offensiva.

“Porca troia, mi hai colpito in un orecchio!” Tyler si portò le mani sulla parte lesa, lorda di sangue, e indietreggiò in modo scomposto, capitombolando sulle terga.

“Gesù, mi dispiace, amico…” balbettò il suo scialbo compare, esterrefatto per il proprio gesto insano.

“Cristo, non sento più una sega!” Inebetito dal colpo, Tyler si risollevò con somma fatica.

“Merda, ho mandato tutto a puttane!” Piagnucolava l’altro in preda alla disperazione, le mani nei capelli, inabile nel reagire virilmente davanti a siffatto spettacolo.

“Cazzo, no, è stato perfetto!” Tyler era una maschera di eccitazione e sangue. Senza indugio, si gettò sul compagno e gli squassò lo stomaco con un diretto pregno di forza bruta, scagliandolo contro una vettura in sosta.

Poi, porse la mano per soccorrere l’amico, ed entrambi stettero, immoti per lungo tempo, gli arti inferiori piegati dal dolore immane.

“Fa davvero un male cane…” constatò il giovine anonimo, massaggiandosi la parte lesa.

“Sì, cazzo!” Convenne Tyler, sogghignando con fare volgare.

Con deliberato e provocatorio gesto della mano, fu l’apparente acqua cheta a suggerire l’imponderabile seguito: “Colpiscimi ancora, grandissimo stronzo!”.

“No, tu colpiscimi, stronzo!” Tyler proruppe in vergognosa risata sguaiata, avventandosi sul compagno che, da par suo, era già pronto a celere contrattacco.

Seduti tra ineleganti bidoni dell’immondizia, i due compari indugiarono nelle libagioni, ripromettendosi di trovar ebbra occasione al fin di rinnovare zuffa furente.

La Pantera Rosa, la Regina e Mrs. White 3

Eccovi il solito riassuntino delle puntate precedenti: i miei amici Wanda e Archie vogliono che io rubi la Pantera rosa, prezioso diamante che fu già bottino dei miei genitori ma che fu trafugato dal nostro maniero in circostanze che restano ancora misteriose. Un giorno, la Pantera appare in tv, e nientepopodimeno che tra i tesori personali della Regina! Noi family abbiamo un frisson: a Buckingham Palace sanno tutto di noi e vogliono che sappiamo che loro sanno!

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Miei cari, niente m’indispettisce quanto non avere mano libera nelle mie scelte professionali: sono una donna che detesta i calendari con gli appuntamenti segnati a penna, le agende senza giorni di vacanza e le scadenze di fine mese. Rubo quando voglio, senza timbrare cartellini, parbleu!

Soprattutto, sono io a decidere la caratura dei miei progetti, seguendo il mio istinto di ladra: colpo di fulmine, no blind dates. E il mio istinto di ladra, in questa storia di regine, furti in conto terzi e felini luccicanti, pizzica più di quello di Peter Parker in calzamaglia.

Archie, affidabile avvocato e marito premuroso di Wanda, finalmente prende la parola, buttando sul piatto tutta la posta in gioco: “Sei davvero sicura di non voler dare scacco matto alla regina, Fafì?”

Wanda guarda il marito con occhi stellati, e io mi mordo il labbro, mentre oscillo tra il disappunto di essere un libro aperto e la curiosità di divorarmi tutto il capitolo: “My friend, abbiamo due assi nella manica”, riprende lei con baldanza: “E questo è il primo!”

Così dicendo, mi porge il cellulare su cui campeggia il seguente annuncio: “La famiglia reale sta assumendo un nuovo assistente: siete interessati?”

La sede di lavoro è Buckingham Palace (poteva andare peggio!), ma si richiede la disponibilità a viaggiare per seguire i tanti impegni di tutta la famiglia. «Sia che si tratti di una visita di Stato, di una cerimonia di premiazione o di un fidanzamento reale, ci si assicurerà», scrivono dalla Royal Family, «che le nostre comunicazioni suscitino sempre interesse e raggiungano una vasta gamma di pubblico».

Leggo l’articolo con poca convinzione, pronta a far sentire il poderoso scricchiolio del guscio di noce sul quale vogliono farmi imbarcare: “Splendido! Devo soltanto travestirmi, ottenere il lavoro, individuare il luogo in cui la Pantera è custodita, sbaragliare la sicurezza, forzare il sistema d’allarme, e andarmene senza dare neanche la settimana di preavviso… piece of cake, n’est-ce pas?”

Wanda incalza, stringendo i pugnetti come un infante che vuole tirare la coda al gatto: “Non essere modesta, Fafy! Sei riuscita a mettere in buca un paio di miliardari, un maragià, quel presidente dittatore, e nessuno ha mai scoperto la tua vera identità…”

“… a differenza di Buckingham Palace, che non aspetta altro che di vedermi comparire nelle sue stanze”, la interrompo io, e la voce mi si spezza in un fastidioso falsetto.

Ed eccolo, il sorriso trionfale di Wanda! Si allarga sul suo viso come una tovaglia fiorita fresca di bucato, trapassandomi il cuore; accarezzandosi il ventre rotondo, riprende esultante: “Non vuoi che ti mostri l’altro asso nascosto nella manica?”

“Sono tutta orecchie!” Dico io.

“Vuoi sapere chi ha ideato il sistema d’allarme a Buckingham Palace?”

Un sospetto si fa strada nella mia mente già provata dalle troppe sollecitazioni; quando Wanda pronuncia il nome, so già che sto per imboccare una strada senza ritorno, una traversata senza zattera, un volo senza paracadute (e mi fermo qui perché a corto di figure retoriche).

“Il sistema d’allarme è stato progettato da tuo zio Alistair, darling!”

Mi fremono le froge come una puledrina imbizzarrita; zio Alistair è la pecora nera della famiglia da parte di daddy: ha messo a punto impenetrabili sistemi d’allarme a prova di ladro solo per il gusto di oltrepassare le proprie conoscenze scientifiche. In barba alla professione della nostra stirpe, tramandata da generazioni, se ne sta inchiavardato nel suo studio avveniristico (tranne qualche capatina in crociera a scopo matrimoniale) a brevettare nuovi marchingegni elettronici atti a metterci in difficoltà.

Ma daddy lo adora, perciò nessuno può mettere becco. L’adorazione è ricambiata: lo zietto ha creato il sistema d’allarme nel maniero che nasconde i nostri tesori. Sistema non infallibile, visto che qualcuno è riuscito a prendersi la Pantera, facendosi beffa di tutti noi! Una pagina nera della nostra storia, che nessuno di noi ha ancora digerito.

James, la mano guantata di bianco, mi porge un cellulare usa e getta: “Mi sono permesso di chiamare lord Alistair: è in linea, milady!”

Dall’altra parte, una voce composta e per nulla sorpresa, dall’impeccabile accento oxfordiano: “Fafì, cara nipote, mi aspettavo questa chiamata tanto tempo fa”, esordisce: “quando vidi il servizio televisivo sulla Pink Panther”.

Conto mentalmente fino a trentatré, poi parto all’attacco: “Zio Alistair, siamo sotto assedio; invoco il richiamo del sangue e ti chiedo di schierarti dalla parte illegale della barricata, solo per questa volta!”

Una risata elegante quanto un velo di pioggia su un giardino zen: “Non ne ho mai fatto una questione di morale, e questo lo sai. Mi interessano le sfide che riguardano il mio campo professionale, niente di più e niente di meno!”

“Questa volta non si tratta soltanto di lucro, zio Alistair! La sfida viene dai piani più alti del Regno Unito, e c’è in ballo l’incolumità di tutta la famiglia!”. Ho adottato un tono solenne, conscia dell’inclinazione dello zio, sempre ligio all’etichetta. E la Regina, con le sue minacce nei nostri confronti, ha certamente infranto la regola numero uno: nessuno può toccare la famiglia, neanche Queen Elizabeth!

“C’è una cosa che non vi ho mai detto, mia cara, ma non per vile calcolo o dileggio; solo perché nessuno di voi mi ha mai chiesto niente in merito…”

Nella stanza il silenzio si misura in battiti del cuore; Wanda e Archie si stringono la mano, James fissa un aereo che sorvola i tetti, fuori dalla finestra. Io stringo il telefono, preparandomi all’inaspettato.

Zio Alistair accende la miccia e spara: “So chi ha trafugato the Pink Panther dal vostro castello!”

Da qualche parte, il rintocco di un orologio annuncia le sei di sera. Trattengo il fiato, certa che, dopo la rivelazione, la mia vita non sarà la stessa.

“Quando si disegna un sistema d’allarme, conviene sempre omettere dal progetto la presenza di un paio di telecamere. L’importante è sapere dove piazzarle: per esempio, sulla Pantera stessa!” Lo zio si lascia scappare un risolino compiaciuto: “Ti mando un file: è l’immagine dell’unico ladro che è riuscito a sbaragliare un mio sistema d’allarme e a rubare ad altri ladri…”

La telefonata termina. Un suono mi avverte che ho ricevuto un file sul cellulare. La mano mi trema. Passo il cellulare a James che tocca lo screen con dito leggiadro, osserva l’immagine e dilata le pupille. Mi passa il cellulare. Guardo. Mi sfugge un piccolo grido.

Nell’immagine, il viso di Jonathan,  il più abile scassinatore dell’universo. E love of my life. Ancora non per molto, forse.

Amici miei, sono affranta… tutto mi sarei aspettato, ma non il tradimento!  Come reagirò allo smacco e al colpo al cuore?  Prenderò un fazzoletto o una pistola? Lacrime o cazzotti? Lo saprete nella prossima puntata!

 

La Pantera Rosa, la Regina e Mrs. White 2

Thy choicest gifts in store
on her be pleased to pour,
long may she reign!
May she defend our laws,
and ever give us cause
to sing with heart and voice,
God save the Queen!

-God save the Queen-

Riassunto della puntanta precedente: Wanda e Archie, vecchi amici di famiglia nonché colleghi, mi annunciano di essere in dolce attesa e di aver messo a punto il piano perfetto per rubare la Pantera Rosa. Vorrebbero che fossi io a occuparmene. La mia risposta?  Un veemente: jamais!

*********

“Milady, mi sono permesso di aggiungere un cucchiaino di miele di trifoglio irlandese al tè: aiuterà a ritrovare compostezza”, mi fa sapere James mentre, con sapiente professionalità, appoggia la tazza sul tavolino di cristallo senza produrre alcun suono. Le sue parole sono come una lieve ma efficace scossa elettrica che mi sale lungo la spina dorsale, restituendomi il controllo di me.

Wanda e Archie mi guardano con amorevole preoccupazione, consci di essere stati la causa della mia reazione -à vrai dire- un filino sopra le righe.

“Fafy, darling”, sussurra Wanda con circospetta prudenza, alla ricerca delle parole giuste: “Il nostro piano è semplicemente per.fet.to!” Conclude soddisfatta, con la  stringata praticità tipica dei suoi natali a stelle e strisce.

Dovete sapere, miei cari, che la Pantera Rosa è un diamante di non comune bellezza e dal valore ormai incalcolabile, che deve il suo nome all’illusione di un gioco di luce, nel cuore della pietra, che sembra ricordare una piccola pantera.

Il diamante è stato rubato da  mommy and daddy molti anni orsono, siglando l’inizio della loro fruttuosa e romantica liason. Eccoli all’opera, insieme al cugino Ryan, mentre ammirano, estasiati, le forze dell’ordine dispiegate a protezione del gioiello:

Poi, nel gennaio del 2010, la Pantera Rosa sparì dalla nostra collezione privata. Privata e blindata, a prova di ladro. Un piccolo museo personale, solo per i nostri occhi, collocato nelle sale sotterranee di un inespugnabile maniero scozzese delle Highlands. Eppure, non un segno di effrazione, nessun allarme scattato, nessuna impronta.

“It’s him!” Esclamò daddy, furioso.

“C’etait lui, merde!” Sibilò maman con gli occhi che fiammeggiavano di sdegno francese.

“I must kill him!” Decisi io, stritolando il cuscino di velluto su cui, fino a poche ore prima, poggiava il diamante.

“Tea or whisky?” Domandò James senza il minimo segno di emozione.

Tutti sospettammo che fosse stato Mr. White, a quei tempi non ancora mio consorte e non ancora defunto, ad aver compiuto la magia. Come avesse fatto, restava un mistero. Dopo la sua dipartita, Archie in persona spulciò la lista dei beni che avevo ereditato dalla buon’anima: del diamante non c’era traccia.

Ma, nel gennaio del 2017, quando i termini della mia vedovanza (ma non della latitanza) erano ormai andati in prescrizione, la Pantera Rosa riapparve, e non in un luogo qualunque!

Mi trovavo a Parigi, nel mio modesto appartamento di Montmatre con vista sul Sacre Coeur; “Milady”, mi disse James passandomi il telecomando della televisione: “Ha telefonato milord,  il suo esimio padre, chiedendomi di sintonizzarci su BBC news”.

Un servizio sulla mostra di diamanti esposta a Buckingham Palace intitolata: “I preziosi gioielli personali della regina Elisabetta”.

Sullo schermo, passavano le allettanti immagini di alcune delizie milionarie che mi fecero pizzicare i polpastrelli. Infine, il pezzo forte: un pendente con una goccia di diamante rosa, unica nel suo genere, poiché il gioco di luci nel suo interno sembra disegnare un felino selvaggio: una piccola pantera…

“Più prezioso della Coronation necklace”, ci informava la giornalista: “La regina Elisabetta stessa ha deciso di aggiungere la Pantera Rosa alla mostra, con il preciso intento -secondo il comunicato- di rendere noto al pubblico il legame affettivo con la famiglia ( che preferisce mantenere l’anonimato) che le ha fatto dono di un gioiello di siffatta bellezza e valore”.

Le immagini continuavano a scorrere, ma la mia mente era andata in off. Persino James impiegò un secondo di troppo prima di spegnere il televisore.

Tenemmo una tempestiva riunione di famiglia via skype e ognuno di noi si mise all’opera per ottenere informazioni.

Un anno è trascorso, e ancora non abbiamo scoperto nulla: la sparizione della Pantera Rosa, e come fosse diventata proprietà della regina d’Inghilterra, restano quesiti senza risposta.

Una sola cosa è chiara: a Buckingham palace, sanno tutto di noi. E vogliono che noi sappiamo che loro sanno!

E ditemi se non vi lascio con un fior di cliffhanger! Nella prossima puntata, ci sarà un colpo di scena che vi farà saltare davanti al pc… tenete a portata di mano i sali, s’il vous plait!

La Pantera Rosa, la Regina e Mrs. White (prima parte)

Gem dealer 1: If you look deep into the stone, you will perceive the tiniest discoloration. It resembles an animal.

Sultan: An animal?

Gem dealer 1: A little panther.

Una nuova avventura delle vostra ladra preferita!

“Non lo ruberò mai! Jamais!”

Così esclamo, scuotendo il capo con fare drammatico, seduta nel salottino del mio modesto attico con giardino pensile nel preciso istante in cui James s’appresta a servire il tea.

Miei diletti, vi starete chiedendo il perché della mia decisione improvvisa: ebbene, sappiate che la sottoscritta ha sempre amato camminare sul filo del rasoio, rischiando il tutto per tutto in cambio di una manciata di brillocchi, tre o quattro tiare imperiali o i gioielli di una qualche corona. Ma la notizia appena ricevuta dai miei ospiti, comodamente piazzati sul divano accanto a me, aveva scatenato una tempesta nel mio cuore di ladra patentata.

Archie Leach è il nostro avvocato di famiglia. British dalla testa ai piedi, parrucca bianca compresa. Sua moglie Wanda è una ladra internazionale. Bellissima, americana e con un vistoso pancione.

“Gemelli”, mi dice, soffiandosi il naso nel fazzoletto a righe che il solerte marito le ha infilato con dolcezza tra le mani.

Sono stata testimone della sposa al loro matrimonio a Rio: mare, palme, samba e caipirinha per quattro giorni e quattro notti. Avevano qualche conto in sospeso con la giustizia e, quando le acque si sono calmate, sono veleggiati tra le colline del Devon e hanno fissato la loro dimora accanto alla nostra casa di famiglia. Vicini di mansion. Siamo rimasti sempre in contatto, con Wanda abbiamo anche compiuto qualche marachella milionaria insieme, ma  è la prima volta che li accolgo su questo divano ed è la prima volta che sento parlare dei gemelli.

“Faf”, esordisce Wanda con solennità, e i suoi occhioni pieni di brio sondano le mie profondità come il metal detector dell’aereoporto Kennedy: “Tu sai quanto io abbia il furto nel sangue; ho vissuto in sei o sette nazioni, cambiato passaporto con la frequenza con cui le donne normali cambiano gli asciugamani, e sono più le volte che sono uscita dalla finestra piuttosto che dalla porta d’ingresso…”

Archie si limita ad annuire con ritmo regolare, muovendo le labbra in silenzio, quasi stia ripassando l’arringa finale di un processo. Ogni tanto Wanda cerca il suo sguardo, allora lui le sorride con aria incoraggiante, lo stesso sguardo che adotta quando prepara un suo cliente per l’interrogatorio al banco della difesa.

“Ma questa volta passo… con la morte nel cuore rinuncio…” Wanda guarda il marito, e lui stringe le labbra, facendole correggere il tiro: “Con la certezza e la serenità di aver preso la giusta decisone, in vista del mio prossimo ruolo di madre, e nonostante il piano già elaborato in tutti i minimi dettagli, ti comunico che rinuncio al colpo della Pantera Rosa!”

La Pantera Rosa! Solo a sentirne il nome, sento le guance avvampare. Stringo i braccioli della poltrona e pianto i tacchi nel parquet in rovere.

“Non lo ruberò mai! Jamais!” Sbotto, pronta a esibirmi in una delle mie famose scene madri da diva del muto.

“Tea, milady?” Domanda James, flemmatico e imperturbabile come sempre.

Cosa passa nella mia testolina di ladra? Perché non voglio occuparmi della Pantera Rosa? Forse è qualcosa legato al mio passato? Restate sintonizzati fino alla prossima, entusiasmante puntata!

 

 

Marte e Venere (rigorosamente in ordine cronologico, of course)

www.mondadoristore.it

Pioveva sui nostri corpi spogliati, un vero nudifragio
Alessandro Bergonzoni

Marte.

Era una cosina delicata e piccina ma con tutte le curve al loro posto, da imboccare senza indicazioni stradali. Aveva altresì occhioni pieni di stelle luccicanti, ciglia ricurve sulle quali appoggiare sospiri, e labbra adulte e consenzienti, facili al sorriso e ai baci. Quando parlava, era un trillo vibrante e chiacchierino: non importava ciò che dicesse, contava soltanto seguire la nota in salita che poi si spezzava in vivaci cinguettii, come un sacchetto di biglie colorate lanciate giù per la scala. Faceva spallucce all’esistenza e mostrava la lingua a chi invidiava la posizione che era sua per merito: sotto i riflettori, al centro del palcoscenico, tra petali di rose rosse. Le regalavo perle e viaggi sulla luna sperando di essere l’unico a farla sentire vera, dopo la notte insieme. E invece mi ha lasciato, senza dirmi perché ma con lividi sul mento e il cuore, e io piango al bancone del bar, mentre Gigi e Pitbull mi organizzano una serata per dimenticare al ristorante brasiliano…

Venere.

Lo avevo avvisato: “Se ti sento ancora definirmi “curvy”, ti stendo con un gancio al mento e un calcio nei tuoi gioiellini”. E l’ho fatto, sfruttando l’effetto sorpresa: mamma lo dice sempre che ho la forza (e la grazia) di un muratore di due metri, e che i quaranta centimetri d’altezza che non si vedono li tengo nascosti come il mocio che si allunga alla bisogna (ogni tanto mamma parla come Marte). Dice anche che è vero che l’amore è cieco, ma che io sono miope come la talpa di Lupo Alberto. Lo so, sono logorroica e ho la voce della Chiabotto che fa plin plin, ma quando cerco di fare un discorso serio, lui mi tasta le tette e mi sussurra che sono il suo cricetino. Oppure mi fa uscire con la sua compagnia di decerebrati, con quelle quattro arpie che mi scannerizzano tipo metal detector, per vedere se la borsa è cinese o borbonese. Se ogni tanto mi avesse ascoltato! Non voglio mica la luna, ma smettila di regalarmi le rose e l’intimo della Perla che costa un botto, e poi non imbrocchi mai i miei gusti: finisce sempre che scegli i perizoma con i brillocchi che sono comodi come la sabbia nel letto! Vabbé, domani è venerdì e la Maia e la Lolli mi portano a fare baracca al ristorante brasiliano…

Quesito cosmico: to be continued?

Dalla terrazza

Ho dimenticato dove fosse la terrazza.

So che era una città calda, forse Siviglia, oppure Lisbona; ci davamo silenzioso appuntamento su quella terrazza notturna che cingeva in un abbraccio impacciato la pensione macilenta, dalla reputazione dubbia quanto quella dei clienti che vi sostavano per un’ora o per una vita intera.

Ci univano una boccata di fumo e lo sguardo disincantato di chi dal destino non ha mai ricevuto una mano di carte fortunata. Non ci siamo mai scambiate un sorriso: la dolcezza era bandita dalle nostre labbra sfigurate da rossetti scadenti e vistosi. Eppure, il rituale di incontrarci ogni notte, appoggiate contro la ringhiera screpolata a fumarci via la giornata, era un breve respiro prezioso che nessuna mano maschile poteva toccare, neppure lasciando una mancia sostanziosa.

Guardavamo l’umanità dall’alto, finalmente piccola e lontana, e ci accorgevamo di indugiare sulla stessa coppia clandestina, lesta nel cercare rifugio in qualche appassionato androne, o l’anziano signore dall’aria distinta, con bastone e cappello, che sembrava passeggiare senza meta, fuori ritmo, incurante del contorno losco e chiassoso.

Una volta -stava ormai albeggiando-, il signore distinto alzò la testa verso il nostro balcone. La mia compagna di sigaretta si tirò indietro emettendo un grido soffocato, poi corse dentro. La tenda grigia della sua stanza fluttuò con inaspettata levità, accarezzandomi la crocchia di capelli.

La notte successiva lei non uscì a fumare, e neppure le notti a venire. Non la vidi mai più. Ho memoria dei suoi ultimi occhi, le pupille dilatate che riempivano di buio l’iride azzurra. I muscoli del collo tesi, le mani avvinghiate alle spalle, le unghie piantate nella carne.

Provai dispiacere: non le avevo mai chiesto il suo nome e lei non aveva chiesto il mio.

“Forse dovrei smettere di fumare”, pensai, gettando il mozzicone nel vuoto.

My happy ending

… e vissero tutti felici e contenti.

-The beginning-

“Mi hai fregata, caro Walt!”

Cenerentola studia la propria faccia nello specchio del bagno, ma conosce a memoria le borse sotto gli occhi e l’indomita frustrazione che le fa pulsare la vena sulla tempia sinistra. Tira un’amara boccata di sigaretta mentre verifica lo stato delle sue unghie: cheratina sbeccata, opaca come quella mattina di novembre dai colori incerti ma dal vento deciso e chiassoso, infastidito per il solo fatto di esistere.

“Bella la metafora del castello bianco e della vita da principessa, caro Walt!”

Cenerentola gracchia rauchi gargarismi e sputa fiele nel lavandino, imprecando contro l’universo. Sente il rumore della porta di casa che si chiude: è suo marito, il principe azzurro, che sta andando in ufficio sussurrando un “ciao” poco convinto. Tornerà solo alla sera, ma questa è una buona notizia per entrambi.

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Il testo che avrei voluto scrivere

Il testo che avrei voluto scrivere
Non è di certo questo
Il testo che avrei voluto scrivere
Non è di certo questo
Perciò dovrò continuare a scrivere
Perché di certo riesco
Prima o poi

Miei adorati, avete presente quando, in modo del tutto inaspettato, vi trovate a vivere un incubo?

Il vicolo è immerso nell’oscurità. Oscurità e nebbia. Oscurità, nebbia e silenzio.

Dakota, scricciolo pallido e minuto, non sa che pesci pigliare: Allison, la sua migliore amica  (o così credeva), l’aveva costretta ad accettare un’uscita a quattro. Orrore! Il suo accompagnatore, un ragazzo con i capelli color paglia (a Dakota non erano mai piaciuti gli uomini biondi) e i mocassini senza calze (Dakota detestava i mocassini senza calze) le si era appiccicato come carta moschicida e aveva tentato di baciarla! Lei era scappata via, e ora si ritrova in una strada mai frequentata prima, da sola, nell’oscurità. E nella nebbia. E nel silenzio.

Sola nell’oscurità, la nebbia e il silenzio.

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Corto

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Inciampammo l’una nell’altro sotto l’albero maestro di un veliero, o forse tra le dune ventose nel Mar dei Sargassi.

“Si è fatto male? Com’è caduto?”, domandai con malcelato divertimento, tendendogli la mano.

“Cado spesso un poco dalle nuvole.”, mi rispose, appoggiando le labbra sulle mie dita in un bacio lieve, e un largo sorriso si spalancò sul suo viso abbronzato, esotico.

Ci studiammo con gli occhi e l’intuito per alcuni secondi, senza parlare: lui riconobbe la sua stessa smania di fuga, e vide salsedine nelle mie iridi. Io seppi con certezza che aveva sete di mare e avventura.

“L’avventura è una faccenda troppo seria per essere lasciata in mano agli uomini.”, sentenziai, cominciando a passeggiare. Si mise al mio fianco, stando al passo.

“Touché!”, ribattè, e i suoi piccoli occhi chiari mi scrutarono i fondali, alla ricerca di segreti sepolti.

“Lei, per caso, non è un mio connazionale?”, raramente mi succedeva di non riconoscere le origini di chi avevo di fronte.

“Ah, no! Io non c’entro, ho un sacco di origini e tre o quattro nazionalità, ma non la sua.”, sembrava avermi letto nel pensiero, e si stava prendendo gioco di me.

Io adoro giocare.

“Come giudicherebbe chi ruba per vivere?”, gli chiesi a bruciapelo: “Per vivere davvero, intendo…”

“Non sono nessuno per giudicare, so soltanto che ho un’antipatia innata verso i censori, i probiviri… ma soprattutto sono i redentori coloro che mi disturbano di più. “.

Mi innamorai di quell’uomo sull’ultimo accento della frase.

Insieme, girammo il mondo e le sorti del nostro destino. L’Eldorado ci cadde fra le braccia, riempiendole di ricchezze, rischio e passione.

Stavamo bevendo champagne francese sulla balconata candida di un hotel, nel mar delle Antille. Lui indossava il suo cappello da marinaio; io una profonda scollatura ed un collier dal valore inestimabile, nuovo di zecca (almeno per me): “E tu credi veramente che questa tua fortuna sfacciata durerà per sempre?”, gli domandai pigramente.

Tese la mano verso di me e mi offrì il palmo, ed uno dei suoi sorrisi: “E come no, mia cara! Quando ero bambino mi accorsi che non avevo la linea della fortuna sulla mano, e allora presi il rasoio di mio padre e, zac… me ne feci una come volevo.”

L’ultima notte, ero affacciata al  balcone della mia stanza dorata a Venezia, con i capelli sciolti ed un fiore bianco dietro l’orecchio. Sapevo che, il giorno dopo, non lo avrei visto più.

Lui si presentò in anticipo, come se non volesse perdere neppure un secondo di noi.

Mi guardò con ammirazione: “Eh, ma che bella! Chissà perché, mi fai ricordare il Tango di Arola che ascoltai nel cabaret della “Parda Flora”, a Buenos Aires.”

Forse c’era qualcuna che mi assomigliava?”, lo stuzzicai con civetteria.

Il suo viso divenne serio, quasi solenne: “No! Proprio perché non assomigli a nessuna avrei voluto incontrarti sempre… in qualsiasi posto…”

Era sincero.

Mi cinse le spalle con il braccio e mi mostrò il panorama nebbioso della laguna, raccontandomi la poesia di un addio: “ Ci sono a Venezia tre luoghi magici e nascosti: uno in calle dell’amor degli amici; un secondo vicino al ponte delle Meraviglie; un terzo in calle dei marrani a San Geremia in Ghetto. Quando i veneziani (e qualche volta anche i maltesi..) sono stanchi delle autorità costituite, si recano in questi tre luoghi segreti e, aprendo le porte che stanno nel fondo di quelle corti, se ne vanno per sempre in posti bellissimi e in altre storie.”

Aprimmo quelle porte più volte, ma non ci rincontrammo in nessun’altra storia, in nessun altro posto bellissimo.

A lui, che è stato una ballata. Una ballata del mare salato.

Se morisse mio marito 7-finale

Diletti, la vostra vedova preferita è sparita per qualche giorno (dopo un’appropriazione indebita conviene sempre darsi alla macchia per un po’),  ma ora farà in modo di recuperare il tempo perduto: à vous, le grand final!

Epilogo.

Autunno in Louisiana. Non molto differente dall’estate: verde ancora rigoglioso, temperature miti, un accenno di pioggia tiepida, a piangere sulla nuda pietra ove giace colui che amai e sposai.

Un funerale per pochi intimi: Zucchino, Coniglietto et moi. Lacrime dietro la veletta, dignitosa compostezza, consapevole accettazione.

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