Dalla terrazza

Ho dimenticato dove fosse la terrazza.

So che era una città calda, forse Siviglia, oppure Lisbona; ci davamo silenzioso appuntamento su quella terrazza notturna che cingeva in un abbraccio impacciato la pensione macilenta, dalla reputazione dubbia quanto quella dei clienti che vi sostavano per un’ora o per una vita intera.

Ci univano una boccata di fumo e lo sguardo disincantato di chi dal destino non ha mai ricevuto una mano di carte fortunata. Non ci siamo mai scambiate un sorriso: la dolcezza era bandita dalle nostre labbra sfigurate da rossetti scadenti e vistosi. Eppure, il rituale di incontrarci ogni notte, appoggiate contro la ringhiera screpolata a fumarci via la giornata, era un breve respiro prezioso che nessuna mano maschile poteva toccare, neppure lasciando una mancia sostanziosa.

Guardavamo l’umanità dall’alto, finalmente piccola e lontana, e ci accorgevamo di indugiare sulla stessa coppia clandestina, lesta nel cercare rifugio in qualche appassionato androne, o l’anziano signore dall’aria distinta, con bastone e cappello, che sembrava passeggiare senza meta, fuori ritmo, incurante del contorno losco e chiassoso.

Una volta -stava ormai albeggiando-, il signore distinto alzò la testa verso il nostro balcone. La mia compagna di sigaretta si tirò indietro emettendo un grido soffocato, poi corse dentro. La tenda grigia della sua stanza fluttuò con inaspettata levità, accarezzandomi la crocchia di capelli.

La notte successiva lei non uscì a fumare, e neppure le notti a venire. Non la vidi mai più. Ho memoria dei suoi ultimi occhi, le pupille dilatate che riempivano di buio l’iride azzurra. I muscoli del collo tesi, le mani avvinghiate alle spalle, le unghie piantate nella carne.

Provai dispiacere: non le avevo mai chiesto il suo nome e lei non aveva chiesto il mio.

“Forse dovrei smettere di fumare”, pensai, gettando il mozzicone nel vuoto.