The deep sanctity of cazzeggio

Miei meravigliosi lettori, so che codesto mio aspetto austero fatto di veletta, guanti neri e gramaglie, induce i più sensibili tra voi a pensare che io sia un donnino dedito alla contemplazione lirica, incapace di godere dell’attimo fugace se non ha tra gli artigli un calice di champagnino davanti al tramonto di un mare tropicale, in hotel dalle cinque stelle in su et in compagnia di sagaci professionisti in carriera, magnati e nobiltà, laureati cum laude e in grado di parlare almeno tredici lingue, tra cui il sanscrito e il sumero.

Orbene, per quanto non disdegni quanto sopra (anche se trovo nobiltà, magnati e professionisti in carriera alquanto sopravvalutati in termini di gozzoviglio davanti al tramonto), vorrei portare alla luce la mia vera me, quella che sogghigna sotto la veletta, ricordandovi altresì che ciò che indosso non son più gramaglie (mr. White, buonanima, alberga nel girone infernale che gli compete ormai da qualche annetto), ma l’emblema dell’eleganza e della verità in sé racchiusa: il nero che sfina.

Potrò anche sottoporvi scritti forbiti, vocaboli desueti e prose delicate, ma sappiate che so far uso del turpiloquio quanto in una puntata di Gomorra, che apprezzo un vaffanculo ben piazzato, e che (e sottolineo che), ho una passione smodata per il cazzeggio.

Cazzeggio per puro diletto, sfrontato e senza fronzoli, perché la vita volge al tedio con inusitata sveltezza, lo sfrancicamento di zebedei è appostato dietro ogni angolo e la spessa grevità delle rogne suona all’uscio ogni due per tre.

Viva la leggerezza del cazzeggio, dell’ironia, del sarcasmo, dei capelli folti, le polpette, i brillocchi, le calve tettute, le balere, i tatuaggi sulle chiappe e il ghigno perenne!

E chi non ghigna con me… sticazzi!