Time flies

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Post fata resurgo

La veletta restò impigliata tra erica e rovi, nelle brughiere di Bodmin, rivelandomi inattesa innocenza. Al solito, non mi sorpresi granché: disappunto più acuto fu il rossetto sbavato e le mie Louboutin preferite,  lordate per sempre dall’argilla fradicia di rovesci celtici.

“Tiens!” sibilai, ma fu stizza di un breve momento, evaporata sul nascere come pioggia che schianta sull’asfalto d’agosto, come lacrime di coccodrillo tra ciglia bugiarde.

Lo presi come un segno, il momento di svolta, la pagina da girare. Non tenere la retta via, su tacco dodici, comportava troppe storte. Lanciai uno sguardo drammatico al maestoso nulla che avrebbe accolto la rinascita della fenice; la brutale bellezza dell’essenziale, i colori ruvidi, il silente assenso dei tors mi erano testimoni, a  sancire il mutamento.

Un’altra me premeva dietro le cerniere del bagaglio a mano, nelle segrete del cuore: abiti senza zeri, per mostrarmi nuda. Struccante per maschere, acqua di rose con le spine, specchietto dell’anima.

Svestirmi richiese risoluta determinazione eppure, mentre gettavo a terra l’ultimo pezzo d’armatura, mi scoprii canticchiare qualcosa. La marseillaise, forse, o era Lucy in the sky with diamonds?

La mia voce era puro candore.

Quesito cosmico: parbleu, che cosa ci facevo nelle brughiere di  Bodmin?